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Mollificio Legnanese Spa - Legnano
Datemi una molla e... solleverò il mondo!
LEGNANO - Lo spettro della deflazione si aggira in Europa e l’intera eurozona, divisa fra i rigoristi senza se e senza ma (alla tedesca) e tutti gli altri che chiedono più investimenti e meno vincoli finanziari (all’italiana e non solo), non riesce a risollevarsi e rimane in attesa di una ripresa mille volte auspicata e non ancora trovata.
 
“Mio padre e mio zio, insieme con tutti quelli della loro generazione, avevano una gran ‘fame’ di benessere e avevano la volontà e la fiducia necessarie per ottenerlo. Nonostante tutte le difficoltà, tutti gli ostacoli che avevano davanti. Dovremmo recuperare quello spirito…”.
Dice proprio così Andrea Massari, 47 anni, alla guida con il fratello Franco che di anni ne ha 45, del Mollificio Legnanese Spa di Legnano, nonché presidente del gruppo merceologico metalmeccanico di Confindustria Alto Milanese.
 
L’azienda è stata fondata nel 1955 da Renzo Massari, classe 1934, padre di Andrea e Franco, e da Sergio Massari, classe 1932 e scomparso nel 2008: una delle tantissime imprese protagoniste del cosiddetto “miracolo economico” italiano.
Oggi esattamente come sessant’anni fa la produzione è rimasta la stessa: molle, molle di ogni genere e tipo per i principali settori industriali (dall’auto alle moto, dalle macchine utensili agli impianti petrolchimici agli elettrodomestici).
“Ne realizziamo circa 35 milioni all’anno, prima della grande crisi ne producevamo più di 50 milioni. Si va dalle molle gigantesche per le macchine utensili a quelle più piccole che finiscono negli elettrodomestici. Dalle molle a compressione a quelle a trazione, senza dimenticare – precisa Andrea Massari – le molle a torsione, le molle sagomate e quelle tranciate. La nostra gamma è vastissima. Oggi come oggi il settore trainante è quello petrolchimico che compensa la caduta di tutti gli altri”.
 
Il Mollificio Legnanese occupa 80 persone e fattura 8 milioni di euro all’anno.
“La crisi si è fatta sentire, eccome. Abbiamo chiuso il 2014 in pareggio e ne siamo molto soddisfatti. L’obiettivo è resistere. Anno dopo anno”.
Quest’anno l’azienda compie 60 anni. Un bel traguardo.
“Certo. Anche uno stimolo per il futuro. Mio padre e mio zio ci hanno messo l’anima. All’epoca impegnarono tutto quello che avevano per mettere in piedi l’azienda. Lo zio cercava clienti in zona, girando con una lambretta e mio padre si spingeva più in là, con la sua Alfa Romeo. Sono assolutamente convinto che la crescita di ogni industria dipenda dalla ‘visione’ di chi ne ha la responsabilità”.
 
Vale a dire?
“Ho sentito dire spesso a mio padre: ‘sarò felice         quando avrò 100 dipendenti’. Andare oltre, secondo la sua filosofia, avrebbe voluto dire perdere il controllo della società e dover necessariamente fare ricorso all’apporto di manager esterni. La forza e, nello stesso tempo, il limite del nostro tessuto industriale. Tante piccole imprese che possono contare sull’entusiasmo e sulla voglia di fare di chi le ha fondate e che però rischiano di esserne troppo… dipendenti”.
 
Una sorta di “ostacolo interno” alla crescita?
“Tenga conto che in Italia ci sono 160 mollifici e la stragrande maggioranza è fatta di piccole, anzi, piccolissime industrie. Sono veramente poche le imprese della nostra dimensione. Aggiungo che in questi ultimi anni siamo stati costretti a ridurre la forza lavoro. Prima che esplodesse la grande crisi io e mio fratello abbiamo tentato di ingrandire l’azienda, esplorando nuovi mercati e cercando insediamenti all’estero. E’ una necessità che rimane. Bisogna per forza di cose andare fuori dai confini nazionali per recuperare parte del fatturato che in Italia non è più possibile realizzare. La grande crisi ha complicato enormemente questo progetto e lo ha rallentato”.
 
L’importante e che non lo abbia annullato del tutto.
“Certo. Devo dire però che è sempre più difficile… resistere. Nel 2000 ho giranto mezzo mondo: Cina, India, Brasile, Est europeo. Nel 2001-2002 siamo stati ad un passo dal costituire una joint venture in India: molle per il settore motociclistico. Il problema è che siamo passati, sempre a causa della crisi, da una posizione di forza a una di debolezza: prima eravamo noi a voler comprare delle partecipazioni di un’azienda indiana e poi, nel giro di 2/3 anni, le posizioni si sono invertite. Abbiamo bloccato l’operazione, non ci andava di essere comprati. Abbiamo mantenuto i contatti. Nel 2009 ci siamo rivolti verso il Marocco. Anche in questo caso, però, non è stato possibile arrivare fino in fondo”.
 
Il 2015 sarà l’anno della svolta?
“L’obiettivo primario è… continuare a esserci! Viviamo con una spada di Damocle appesa sulla testa: basta che un cliente chiuda oppure decida di andarsene dall’Italia e le conseguenze sarebbero estremamente gravi. Ecco perché rimane d’importanza strategica puntare sull’internazionalizzazione. Per intanto non resta che una strada da percorrere: automatizzare al massimo le lavorazioni. Non ci sono alternative”.
 
Per quale motivo?
“Glielo spiego subito. Il costo/mese di un nostro dipendente si aggira intorno ai 2000-2500 euro. In Polonia si scende a 800 euro, in Marocco a 500 e in India a 400. Anche puntando al massimo sulla qualità e sul servizio post-vendita, come già facciamo, la marginalità sul prodotto risulta essere quasi inesistente. Ne deriva, come ho appena detto, che se si vuole rimanere in Italia a costruire molle bisogna automatizzare i processi produttivi, abbassando così i costi di produzione”.
 
Fare impresa, in Italia, continua ad essere un’autentica … impresa?
“La manifattura italiana, soprattutto quella metalmeccanica, è un’eccellenza assoluta. Lo riconoscono in tutto il mondo. Siamo bravi. Quello di cui abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo è poter contare su delle condizioni di contesto che ci consentano di competere”.
 
Proviamo a specificarle.
“Bisogna agire sulle defiscalizzazione degli investimenti e delle quote di fatturato destinate all’esportazione. Occorre creare delle free zone al cui interno valga il doppio principio: meno tasse e meno burocrazia. Il nostro sistema Paese deve tornare ad essere attrattivo per gli investitori esteri. Ci vuole, in altre parole, più politica industriale”.
 
Il governo Renzi come lo giudica?
“Ѐ indispensabile una robusta presa di coscienza della situazione reale dell’economia a cui va aggiunto un altrettanto robusto scatto di coraggio in avanti”.
 
Questo vuol dire che finora sia la prima che il secondo sono venuti a mancare?
“Guardiamo ai fatti. Mi pare che tutta la manovra che ha portato allo jobs act sia riconducibile, alla fine, alla proverbiale montagna che ha partorito un topolino. C’è bisogno di decisioni drastiche. I politici devono parlare chiaro, una volta per tutte”.
 
Ossia?
“La domanda che esige una risposta chiara e rapida è questa: in Italia ci sono, oppure non ci sono più, le prospettive e le condizioni per continuare a fare industria?”.
 
Qualcuno risponda, please.

 
Luciano Landoni
pubblicato il: 12/01/2015

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