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IMBALLAGGI ALTO MILANESE – Busto Arsizio
Tante belle scatole di legno…
È dal mese di giugno di quest’anno che la fiducia nel futuro della famiglia Bianchi, che dal 1970 “inscatola” nel legno ogni genere di prodotto industriale, si è riconfermata.
 
La nuovissima sede aziendale, all’interno della zona industriale di Busto Arsizio, si estende per circa 14.000 metri quadri (6.000 dei quali coperti) e include i due vecchi stabilimenti produttivi di Olgiate Olona e Gorla Minore.
 
“Si è trattato di un investimento complessivo di quasi 5 milioni di euro – dice l’amministratore unico Massimo Bianchi, classe 1958, figlio del fondatore dell’azienda Carlo – che ci ha permesso di migliorare ulteriormente la nostra attività. Abbiamo accorpato la produzione, prima distribuita fra Olgiate Olona e Gorla Minore, e il salto di qualità sia dal punto di vista dell’organizzazione che della logistica è stato notevole”.
 
Il core business dell’impresa si basa sull’imballaggio in legno dei prodotti industriali e sulla predisposizione di tutti i servizi legati alla spedizione nel mondo delle merci, debitamente “inscatolate” e protette.
 
“Il 98% dei nostri clienti sono esportatori e hanno quindi bisogno, oltre che di imballare i propri prodotti, di stoccarli e di poter contare su un servizio completo di organizzazione del trasporto degli stessi prodotti imballati via terra, mare oppure aria. Ogni mercato ha le sue regole e di conseguenza le direttive cambiano. Insomma – prosegue Massimo Bianchi –, non è sufficiente costruire delle belle … scatole di legno, bisogna garantire anche tutto il  resto!”.
 
Imballaggi Alto Milanese occupa 52 persone e fattura 7 milioni di euro l’anno.
 
“Si può dire che praticamente tutte le principali aziende industriali del territorio siano nostre clienti. C’è capitato di progettare e costruire imballaggi di oltre 20 metri di lunghezza per quattro di altezza, capaci di contenere dei manufatti, il più delle volte macchine utensili o parti delle stesse, di oltre 100 tonnellate di peso! Le lascio immaginare la complessità …”
 
E’ difficile fabbricare scatole, mentre una delle principali attività nazionali sembra essere quella di… romperle?
“Una battuta che contiene molte verità. Tasse esagerate, burocrazia soffocante e i tanti altri problemi made in Italy. Però – precisa con fermezza Massimo Bianchi –, pur non sottovalutando le tante cose che non vanno, vorrei dire che ce ne sono tante altre che dimostrano quanto il nostro sistema Paese sia all’avanguardia nel mondo in campo industriale. Non voglio partecipare anch’io allo sport nazionale dell’autodenigrazione. Molte, moltissime eccellenze produttive  mondiali sono italiane! Rendiamocene conto una volta per tutte e riappropriamoci del nostro orgoglio. Lo dico soprattutto ai giovani. Ci sono tante opportunità che potrebbero essere da loro sfruttute, in particolare dal punto di vista occupazionale”.
 
Per esempio?
“Rispondo alla sua domanda con un’altra domanda: perché è così difficile, per non dire impossibile, trovare un giovane che voglia fare il falegname? Noi aderiamo al programma di qualificazione del settore della Federlegno denominato IWP, una sigla che sta per Industrial World Packaging, finalizzato a migliorare le performance aziendali dal punto di vista tecnico e manageriale. Siamo alla ricerca di soggetti giovani e desiderosi di mettersi in gioco, di imparare, di dare insomma il loro contributo professionale”.
 
Investire nell’educazione “al” e “per” il lavoro?
“Esattamente. Faccio parte del Comitato della Piccola Industria dell’Unione degli Industriali della provincia di Varese e come Comitato siamo impegnati a collaborare con le scuole locali. A partire dagli istituti medi inferiori, proprio per informare correttamente i giovanissimi sulle caratteristiche reali del lavoro all’interno di una moderna azienda industriale”.
 
La congiuntura economica (e occupazionale) rimane una grande incognita?
“Parlo del contesto locale. La nostro provincia è molto proiettata sui mercati internazionali. Il trend è positivo e ritengo che le prospettive di breve e medio periodo siano buone. La nostra attività rappresenta una specie di spia dell’andamento del settore industriale. Certo, il contesto generale è estremamente problematico. Però, riprendendo quello che ho già detto prima, ribadisco che dobbiamo smetterla di farci… del male! Chi pretende di ‘imporci’ i ‘compiti’ da fare in casa nostra si deve rendere conto una volta per tutte che di eccessivo rigore si può anche morire. Per risollevare le sorti di un mercato interno ancora troppo depresso ci vuole più fiducia e più voglia di fare!”.
 
Come si concilia una simile esigenza con la “guerra” che si sta preparando intorno all’art.18?
“Male, molto male. Riformare il mercato del lavoro si può e si deve. Un mercato del lavoro più agile e più funzionale conviene a tutti. Soprattutto a chi cerca lavoro. Nessun imprenditore degno di questo nome si sognerebbe mai di licenziare i propri dipendenti per il gusto di farlo. Nello stesso tempo, tuttavia, non si possono ignorare le condizioni dei mercati. La flessibilità, che è cosa del tutto diversa dalla precarietà, è necessaria. Personalmente, sono d’accordo con la riforma proposta dal governo relativa al contratto dalle tutele crescenti. Si tratta di una proposta di alto valore simbolico, nel senso che serve a dimostrare, indipendentemente quasi dall’effettiva portata dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, una legge del 1970, che in Italia è possibile cambiare qualcosa senza essere perennemente ‘prigionieri’ del passato”.
 
Due parole finali sul futuro…
“Fiducia, fiducia e ancora… fiducia! In noi stessi e in quello che siamo stati capaci di fare e che soprattutto faremo. Non tutto dipende da noi, ovviamente, ma tante cose sì! Le aziende nostre clienti sono vincenti sui mercati internazionali e anche noi ci sentiamo vincenti con loro”.
 
 
Articolo riprodotto nella rubrica Imprese & Lavoro (Aziende Eccellenti)
 

 
Luciano Landoni
pubblicato il: 29/09/2014

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