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NEAR CHIMICA SpA - Legnano
Produzione responsabile per un consumo responsabile!
In un saggio pubblicato alla fine dello scorso anno e intitolato “Il costo della democrazia” i due autori, Cesare Salvi e Massimo Villone, hanno calcolato l’onere complessivo dell’intero apparato politico nazionale - composto grosso modo da oltre 1 milione di “addetti” - e l’hanno quantificato in 3-4 miliardi di Euro all’anno.

Considerando il livello di efficienza-efficacia della macchina statale italiana, una simile cifra (di per sé comunque astronomica!) appare come un vero e proprio insulto a chi sul mercato cosiddetto globale - le imprese private - si deve costantemente misurare con una concorrenza sempre più agguerrita e sempre più spietata.

Considerando inoltre gli squilibri (anch’essi astronomici) delle finanze pubbliche made in Italy - rispetto al Pil del 2005 4,3% per il deficit pubblico e addirittura 108,3% per il debito -, il costo indicato prima costituisce un vero e proprio insulto al buon senso e anche alla sopportazione dei cittadini-lavoratori che fanno fatica a tirare la fine del mese e pagano pure le tasse.

Quest’anno si andrà a votare. È ragionevole oppure fa solo ridere anche solo sperare che qualche cosa, in questo senso, possa veramente cambiare? Giriamo la domanda ad un giovane imprenditore di Legnano, Eugenio Camera Magni, componente della Giunta dell’Associazione Legnanese degli Industriali e alla guida, con il fratello Roberto, della Near Chimica SpA: azienda fondata agli inizi degli anni ’80 dal padre Alfredo Camera, specializzata nella produzione e commercializzazione di coloranti e prodotti chimici, poco più di 30 dipendenti, circa 10 milioni di fatturato all’anno ed un export che incide per il 40% (Marocco, Tunisia, Sud Africa, India, Vietnam, Romania, Siria).

Le elezioni politiche sono dietro l’angolo, il nostro sistema Paese ha seri problemi di competitività e, nello stesso tempo, deve sottostare a precisi vincoli macroeconomici (la “disciplina” che ci “impone” l’Unione Europea e non solo) che molto spesso, per non dire sempre, fanno a pugni con le solite miracolistiche promesse che, in Italia più che altrove, caratterizzano tradizionalmente il clima pre-elettorale: andiamo incontro ad un cambiamento vero, oppure alla solita metamorfosi figurativa e gattopardesca come se ne sono viste tante nella storia italiana?
“La mia esperienza mi dice che cambiano i governi e poi... Ho la sensazione che anche questa volta a livello strutturale poco cambierà. Per far funzionare le cose, oltre a precise conoscenze e competenze professionali, occorrono le infrastrutture adeguate. È da qui che nascono i problemi principali per il nostro Paese. A cominciare dalla scuola e dal suo processo formativo che non riesce a trasmettere una vera cultura dell’innovazione, per arrivare ad un serio piano di ricerca che continua a mancare al sistema Paese.
Ho fatto un esempio, se ne potrebbero fare molti altri. Mancano le infrastrutture e soprattutto manca un’idea precisa di come sviluppare il Paese dal punto di vista economico.
Siamo cresciuti in maniera disordinata, per certi periodi secondo ritmi frenetici. Manca un disegno preciso e omogeneo a livello strutturale, logistico, industriale, sociale, politico e questo limite oggettivo si fa pesantemente sentire oggi più di ieri proprio in relazione alla complessità e alla difficoltà della fase economica che stiamo attraversando.
Inutile cercare alibi esterni e scaricare sulle spalle degli altri, magari quelle dei cinesi, colpe solo nostre: se siamo stati tanto sprovveduti da non darci una vera politica energetica, solo per fare un altro esempio, allora tanto peggio per noi.
Ci vogliono delle decisioni. Possibile che in Italia non si riesca mai, nonostante le ripetute assicurazioni in merito, a migliorare la viabilità? Perché nessuno prende le decisioni necessarie? Perché non c’è un coordinamento vero fra le diverse istituzioni pubbliche, dalle più semplici alle più complesse?
Faccio un piccolo esempio: è possibile che comuni fra loro confinanti non riescano a rendere omogenee le proprie zone industriali, commerciali e residenziali in un’ottica comune di viabilità e mobilità per cittadini e lavoratori?”.

Già, perché accadono simili... stranezze?
“Fra le cause di numerose conflittualità - ha scritto Alberto Ronchey in un editoriale sul Corriere lunedì 2 gennaio 2006 - prevalgono interessi particolari, pregiudizi municipali, estremismi ecologici, diffuse permissività verso proteste che bloccano strade o ferrovie, indulgenze clientelari e così avanti”.
“Anch’io ho letto quell’articolo - commenta Eugenio Camera Magni - intitolato non a caso Il Paese dei vincoli. Ne condivido in pieno i contenuti, soprattutto le conclusioni nelle quali l’autore invita tutti noi italiani, governanti e società civile, a prendere atto di questo stato di cose in merito alle conseguenze sia sul piano della mentalità collettiva, sia in relazione alla condotta di governo, altrimenti la nostra sarà presto una società in via di sottosviluppo”.

Gran parte del dibattito politico-economico nazionale è ruotato e ruota tuttora intorno al cosiddetto “declino industriale”: c’è chi lo considera un rischio reale e chi, al contrario, lo nega alla stessa stregua di una “retorica” inutile e fuorviante. La Near Chimica fornisce prodotti al comparto della nobilitazione tessile (tinto-stamperie, finissaggio, lavanderie industriali, lanifici, ecc.) che da sempre rappresenta una delle punte di diamante dell’intero tessile-abbigliamento nazionale, un settore che soffre in particolare la cosiddetta “concorrenza impossibile” proveniente dall’Estremo Oriente. La globalizzazione economica è un’opportunità oppure è e sarà nel futuro la principale causa dei problemi dell’industria nostrana?
“È vero che da Paesi come la Cina arrivano prodotti sottocosto e realizzati senza il rispetto di certe regole sociali ed ecologiche, però dobbiamo avere il coraggio di dire che tutti i Paesi in via di sviluppo, Italia compresa, sono passati da questi stadi di evoluzione economica. Anche l’India ha un suo modo di aggredire il mercato.
Ogni area produttiva persegue una sua particolare storia nel rapporto qualità/prezzo. Oggi, la Cina punta alla grande produzione di massa, l’Europa deve valorizzare al massimo la sua che definirei artigianalindustriale.
Qui da noi deve essere sviluppata l’idea e salvaguardato il marchio di qualità: una Mercedes è una Mercedes, così come una Ferrari è una Ferrari perché rappresentano entrambi degli esempi di eccellenze produttive europee.
Tutto ciò che ha una tradizione alle spalle e però è capace di innovarsi può avere un futuro interessante in rapporto alla capacità di assorbimento dello sterminato mercato asiatico”.

Torniamo ai problemi dell’industria tessile.
“L’idea del tessile made in Italy è il nostro vero punto di forza, guai a svenderlo o a sminuirlo! Il consumatore cinese, soprattutto quello ricco, una categoria costituita da qualche centinaio di milioni di individui!, vorrà sempre comperare il made in Italy”.

Verissimo, ma quando il made in Italy di... italiano ha solo l’etichetta perché il resto è prodotto delocalizzando fuori dai confini nazionali?
“Questa è una tendenza, diretta conseguenza della globalizzazione, che non può essere fermata. Dietro c’è una logica industriale che non può essere ignorata. Il problema, semmai, è a valle, cioè all’interno del mercato di consumo finale. In Italia c’è una distorsione dei prezzi abnorme che è difficile da spiegare.
Resta però il fatto che i prezzi industriali del manufatto tessile soffrono di una continua contrazione di profitti, pertanto è inevitabile la logica industriale della riduzione dei costi: siano essi energetici, logistici, progettuali. Detto questo, aggiungo che l’intero comparto del tessile-abbigliamento italiano è inevitabilmente destinato a ridimensionarsi in virtù di una specializzazione che è l’unico antidoto per evitare l’estinzione.
Specializzarsi per distinguersi. Questa potrebbe essere la parola d’ordine del futuro. Chi realizza tessuti per giubbotti antiproiettile, chi punta sugli articoli innovativi, chi, in sintesi, punta sul cosiddetto tessile tecnico ha certamente delle prospettive interessanti di sviluppo. Lotti produttivi ridotti, ultra-specializzati, consegnati in tempi brevi: questa è la catena produttiva virtuosa che oggi il mercato richiede al comparto tessile italiano”.

Una filosofia produttiva che avete applicato anche... al vostro interno?
“Ovvio. Sono almeno 3 o 4 anni che la nostra strategia è cambiata in diretta conseguenza ai mutamenti di mercato ed è tuttora in continua evoluzione.
Non ci limitiamo a vendere un prodotto, quello che ci differenzia rispetto alla concorrenza deriva dal fatto che siamo in grado di proporre un’idea e un processo per soddisfare le esigenze del cliente, fornendo allo stesso una consulenza vera e propria in virtù della quale poter migliorare le sue prestazioni produttive.
Già negli anni ’80, quando siamo nati, avevamo intuito che, viste le nostre dimensioni, conveniva puntare sui mercati di nicchia non legati ai grossi volumi. La crisi successiva del tessile ci ha dato ragione. Capire la globalizzazione significa anche tenere conto degli equilibri geo-politici che caratterizzano certe aree geografiche”.

Cosa intende dire?
“Che il Medio Oriente, per esempio, sta facendo grossi investimenti in stretta relazione alle politiche americane le quali, a loro volta, tendono a favorire lo sviluppo economico di quella tormentata area del mondo per cercare di allentare le tensioni politico-militari che vi allignano.
L’Egitto, per spiegarmi meglio, può vendere negli Stati Uniti se dimostra di intrattenere rapporti commerciali con Israele. Bisogna tenere conto di tutto questo quando si è alla ricerca di nuovi mercati di sbocco”.

Una delle principali “accuse” che vengono mosse al modello di sviluppo italiano, basato prevalentemente sulle piccole industrie, è che, proprio a causa delle dimensioni troppo limitate delle imprese, la ricerca al suo interno è quasi inesistente e la crescita, oltre ad essere anemica, è... poco intelligente e quindi poco competitiva. Cosa replica?
“Che noi la ricerca la facciamo, eccome! Certo, si tratta di una ricerca applicata, basata sulla verifica quotidiana delle esperienze lavorative e sulla individuazione delle combinazioni migliori fra variabili di processo e principi attivi diversamente modificati.
È da tempo che abbiamo instaurato una stretta collaborazione con il Politecnico di Milano, sono almeno 3 gli studenti universitari che hanno completato la loro tesi presso il nostro laboratorio, sviluppando metodologie o conducendo ricerche sui nuovi principi attivi. Sono più numerose le persone che lavorano in laboratorio di quelle che lavorano in fabbrica”.

Torniamo ai costi della politica.
“Al di là di critiche, arringhe contro gli sprechi, analisi su ciò che non va, nessuno, in concreto, sa, o vuole forzare questa situazione al fine di migliorarla.
È una questione di governance. Si è consapevoli che la strada è sbagliata, però non si riesce a cambiare rotta. In un simile contesto diventa sempre più difficile accettare il rischio d’impresa e assecondare la volontà di crescita. Nonostante tutto, però, continuiamo a farlo. Non solo. Noi, nel nostro piccolo, ci sforziamo anche di puntare sulla responsabilità sociale d’impresa”.

Sembra uno slogan.
“Non lo è. Si tratta di un vero e proprio codice di comportamento che applichiamo rigorosamente all’interno della Near e che ci fa sostenitori nei fatti dello sviluppo sostenibile: fondato sulla ricerca costante della qualità, sulla valorizzazione delle persone e sul rispetto dell’ambiente (...) Una produzione responsabile per un consumo sostenibile”.

Cosa significa consumo responsabile?
“Saper riconoscere la vera qualità e saper attribuire il giusto prezzo al giusto prodotto. Si tratta di credere in un’autentica cultura d’impresa, fondata appunto sulla responsabilità sociale, e darsi da fare per diffonderla, trasmettendola soprattutto ai giovani.
Non si può pretendere che venga ‘imposta’ per legge. Se lo si facesse non si creerebbe nient’altro che l’ennesimo castello di formule complesse, onerose, inutili. Bisogna puntare sulla convinzione-educazione delle persone”.

Come, in concreto?
“La Near Chimica ha realizzato una vera e propria partnership educativa con l’Istituto Medio Superiore Maggiolini di Parabiago e l’organizzazione onlus Sodalitas finalizzata a realizzare un programma di insegnamento, un percorso educativo per studenti e studentesse, incentrato sulla responsabilità sociale d’impresa.
Ci incontriamo con i giovani e con i loro insegnanti e ci confrontiamo. Ne nasce un dibattito fra i diversi punti di vista da cui scaturisce un filo conduttore: la responsabilità sociale è essenzialmente un dovere per tutti. In particolare, per l’impresa al cui interno diventa un fattore di efficienza”.
 
Integrazione articoli pubblicati su:
l’Inform@zione n. 4 del 27 gennaio 2006
l’Inform@zione n. 34 del 5 ottobre 2007

 
Luciano Landoni
pubblicato il: 25/07/2014

NOVELLO Srl - Oggiona Santo Stefano
La congiuntura economica continua ad essere difficoltosa. Però, anziché perdere tempo in inutili e sterili lamentazioni, qualcuno ha deciso di sfruttare la situazione di crisi in cui si sta dibattendo il sistema produttivo come spinta per andare avanti, puntando su nuovi progetti. È la coraggiosa strategia scelta dalla Novello, impresa specializzata nella realizzazione di imballaggi in legno, e dal suo titolare, Moreno Novello.
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FAGNANO OLONA – Innovare per crescere. Una formula semplice (si fa per dire) e mille volte ripetuta. Eppure una formula che non sempre dà i risultati sperati. Lo sanno bene alla NTT SRL (New Tech Targets) di Fagnano Olona, dove due “giovani imprenditori”, Mario Borri (73 anni) e Adriano Moioli (68 anni), sempre disporsi a mettersi in gioco e alla perenne ricerca di soluzioni nuove, hanno inventato una tecnologia rivoluzionaria nella nicchia specifica della spalmatura.
NTT Srl - Fagnano Olona
Inventare significa creare qualche cosa di nuovo; però, industrialmente parlando, può anche voler dire sapere assemblare sapientemente ciò che già esiste rendendolo un mosaico di competenze e conoscenze capace di proporre soluzioni innovative, per non dire rivoluzionarie.
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