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IMBALLAGGI ALTO MILANESE Srl - Olgiate Olona
Fabbrichiamo scatole, anziché... romperle!
“Io penso agli habitat naturali, penso alla cosa più importante che è... abbracciare le piante”. Recitava così una delle ultime e più belle canzoni di Giorgio Gaber: “Il potere dei più buoni”.

La pensa allo stesso modo, si potrebbe dire, anche Massimo Bianchi, classe 1958, amministratore unico della Imballaggi Alto Milanese Srl, piccola impresa di Olgiate Olona, una cinquantina di dipendenti, fondata nel 1974 da suo padre Carlo, che di anni ne ha 75, ed è il Presidente del consiglio d’amministrazione dell’azienda specializzata nella progettazione di imballaggi in legno di ogni genere e tipo.

“Per la mia famiglia - spiega Massimo Bianchi, da poche settimane eletto alla presidenza delle imprese del settore legno aderenti all’Unione degli Industriali della provincia di Varese - la lavorazione del legno è sempre stata una sorta di tradizione. Già i miei nonni commerciavano in legname. Noi le piante non le abbracciamo, anzi le tagliamo. Però, ci tengo a precisarlo subito, nessuno più di noi rispetta l’ambiente e si impegna a preservarlo e arricchirlo!”.

In che senso?
“Faccio parte del consiglio d’amministrazione di Rilegno che fa parte del Conai, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo di ogni tipo di imballaggi, compresi ovviamente quelli in legno, e a ragione veduta posso affermare che l’utilizzo del legno è il modo migliore per salvaguardare l’ambiente.
Il recupero e il riciclo, innanzitutto, consente di non tagliare nuovi alberi, inoltre, anche in relazione a rigorose normative nazionali ed europee, le nostre imprese sono impegnate in una gestione razionale ed eco-sostenibile delle foreste.
Voglio citare solo un dato: nel 2006 sono stati recuperati e riutilizzati 1 milione e 614.000 tonnellate di rifiuti di legno: dal truciolato ai vecchi mobili. Un atteggiamento responsabile e non predatorio, con delle conseguenze assolutamente virtuose”.

Ossia?
“La superficie delle foreste dell’Europa del Nord, vale a dire Germania, Austria e Paesi Scandinavi, cioè i più importanti ‘giacimenti’ di materia prima nel nostro continente, è in costante aumento. La deforestazione selvaggia si verifica altrove: più precisamente in Amazzonia.
Noi, in Europa, abbiamo varato una forma di certificazione ambientale particolarmente rigorosa: i fornitori di legname devono dimostrare di approvvigionarsi solo ed esclusivamente attingendo a foreste ‘gestite’ in maniera eco-compatibile. Per quanto ci riguarda, nelle nostre lavorazioni impieghiamo il legno delle conifere: abeti, pini, larici”.

In sostanza, il vostro lavoro consiste nel costruire... “scatole” in legno?
“Beh, sì, diciamo che noi le... scatole, anziché romperle, le fabbrichiamo. Battute a parte, i nostri imballaggi sono qualche cosa di più.
Occorre una progettazione ed una realizzazione ingegneristica per realizzare i contenitori che trasportano in tutto il mondo il meglio del made in Italy: dai bulloni alle valvole, dall’intero macchinario meccano-tessile alle fusoliere e alle ali dell’aereo, senza dimenticare le macchine utensili e le componenti degli impianti petrolchimici”.

Insomma, di tutto e di più?
“Esattamente. Qualche tempo fa abbiamo realizzato un imballaggio speciale, della lunghezza di 18 metri e della larghezza di 6, per un gigantesco tornio verticale costruito da una delle più importanti aziende metalmeccaniche nazionali e destinato al mercato cinese.
Il basamento di questa enorme... scatola è stato progettato per sostenere un peso di 90 tonnellate e tutta la struttura dell’imballaggio ha dovuto sopportare le sollecitazioni estreme di un viaggio lungo migliaia e migliaia di chilometri.
Ecco perché consideriamo il nostro lavoro come una specie di salvaguardia delle esportazioni italiane nel mondo.
È chiaro che quando siamo impegnati in simili lavorazioni, non impieghiamo solo il legno, ma ci avvaliamo anche di strutture portanti in ferro. Si determina un vero e proprio ‘gioco di squadra’ che vede impegnati noi costruttori, i fornitori e naturalmente gli stessi clienti.
La nostra azienda fa parte del network europeo degli imballaggi, attraverso la Federazione europea. Mio padre mi ha insegnato che è di fondamentale importanza avere una visione il più possibile ampia dei problemi: da qui il nostro coinvolgimento in Federlegno e la mia recente nomina a Presidente delle imprese del settore legno di Univa”.

La vostra attività vi consente di entrare in contatto con tutti i comparti produttivi del settore industriale, siete quindi una specie di “termometro” dell’andamento congiunturale: come vanno le cose?
“Abbiamo clienti nell’area meccano-tessile, in quella petrolchimica e delle macchine utensili. L’anno scorso le cose sono andate particolarmente bene: abbiamo fatturato 7 milioni di Euro. Quest’anno permangono positive le condizioni delle imprese petrolchimiche, mentre risultano in flessione le aziende costruttrici di macchine utensili e quelle specializzate nella realizzazione di impianti per la gomma-materie plastiche.
Nonostante tutto, però, siamo fiduciosi per il 2008. Certo, non è consentito dormire sugli allori. Non è sufficiente fornire un eccellente prodotto, bisogna garantire il cosiddetto prodotto-servizio”.
 
Vale a dire?
“Nella nostra sede staccata di Gorla Minore abbiamo sviluppato la divisione logistica attraverso la quale garantiamo ai nostri clienti anche lo ‘spazio’ fisico attrezzato per preparare al meglio la spedizione della merce nel mondo.
Tanto per parlarci chiaro: tutti possono essere in grado di fabbricare delle casse, mentre essere in grado di offrire il servizio integrato di imballaggio/logistica/spedizione può fare la differenza. Da questo punto di vista, esemplificando, nel caso ci venisse richiesto, saremmo perfettamente in grado di arrivare persino alla spedizione via nave della merce”.

Parlando di esportazioni, il cambio euro-dollaro comincia a diventare una spina nel fianco insopportabile per le aziende?
“Indubbiamente, è un grosso problema. L’intera industria italiana del mobile sta attraversando un momento di grande difficoltà per quanto riguarda l’export verso il mercato americano, da sempre innamorato dello stile e della qualità made in Italy. I magazzini sono pieni”.

Il vostro regime lavorativo come può essere identificato, quantitativamente parlando?
“Su base annua lavoriamo una media di 500 tonnellate di legno”.

E dal punto di vista qualitativo?
“Quando si devono realizzare certi tipi di imballaggio, tipo gli esempi che ho già fatto, c’è bisogno di competenze e abilità tecniche di alto livello. Le figure professionali di cui abbiamo bisogno è difficile trovarle. Un buon falegname è un vero e proprio... artista del legno, crea letteralmente qualche cosa di originale.
Eppure, nonostante le soddisfazioni intrinseche di un simile lavoro, diventa sempre più problematico trovare persone disposte ad impegnarsi e a farlo con entusiasmo, soprattutto fra i giovani. L’anno scorso ne abbiamo assunti due, con l’assoluta disponibilità a trasformare il contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Purtroppo da entrambi abbiamo ricevuto solo delusioni: poca o addirittura nessuna disponibilità ad imparare il mestiere!”.

Allora è proprio vero: gli italiani non vogliono più svolgere certi lavori, per fortuna ci sono gli extra-comunitari?
“Noi ne abbiamo 6 su 50 dipendenti complessivi. Il primo l’abbiamo assunto oltre 10 anni fa. Due fra loro hanno fatto un vero e proprio salto di qualità e ricoprono ruoli professionali di primo piano. Anche la manovalanza conta. L’importante è impegnarsi! Per quanto ci riguarda, questo è il criterio principale di giudizio. Io per primo ne sono l’esempio”.

Facile dirlo, quando si è il figlio del padrone...
“Ho cinquant’anni e vado per i 51. Sono entrato nell’azienda paterna solo nel 2000. Prima mi sono guadagnato il pane e mi sono fatto le ossa all’interno di imprese multinazionali, dove nessuno ti fa sconti e dove devi dimostrare ciò che vali. Credo di aver risposto esaurientemente.
Lo ripeto: tutti dobbiamo impegnarci per dare il massimo, nessuno escluso. Con mio padre ho sempre avuto un confronto diretto e costruttivo, favorito in questo dal fatto che io sono un interista convinto e lui è un milanista, mentre la maggior parte dei dipendenti è di fede bianconera. Con una simile... competizione interna l’azienda non può che crescere, dopo il nostro 16° Scudetto poi...”.
 
l’Inform@zione n. 22 del 6 giugno 2008

 
Luciano Landoni
pubblicato il: 25/07/2014

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