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TINTORIA VIOLA Srl - Castellanza
La carta d’identità “sanitaria” per il tessile di qualità!
Un fisico minuto e scattante, due occhi vivacissimi: Raffaella Viola, poco più che trentenne, è un vero e proprio concentrato di energia, con l’aggiunta di un entusiasmo contagioso.

“Il mio lavoro - dice, fra una telefonata e l’altra - mi piace moltissimo e ogni giorno imparo qualche cosa di più!”.

Una giovane imprenditrice alla guida, con il fratello Paolo, di una piccola azienda nel settore della nobilitazione: la Tintoria Viola Srl di Castellanza.

“Quando è scomparso nostro padre Mario, nel 1999, mio fratello ed io ci siamo ritrovati a fare delle scelte importanti per il futuro dell’impresa di famiglia in un momento particolarmente delicato e difficile per il settore industriale in generale e, in particolare, per quello del tessile-abbigliamento”.

In che senso?
“La concorrenza dei paesi in via di sviluppo era ormai una realtà: poiché le commesse diminuivano progressivamente, eravamo costretti in continuazione a rivedere i prezzi al ribasso. Il periodo delle produzioni standardizzate, in grandi quantità, era finito per sempre. Bisognava cambiare radicalmente l’impostazione del lavoro in azienda”.

Una vera e propria sfida, quindi?
“Certo. Una sfida per tutti che io e mio fratello Paolo abbiamo accettato con il massimo impegno, ognuno seguendo le proprie competenze: mio fratello, con i suoi studi in chimica, seguendo la produzione; io, con una laurea in Economia Aziendale alla Carlo Cattaneo di Castellanza, occupandomi dell’amministrazione e del commerciale. Alla sfida hanno dato un incredibile e straordinario apporto anche i nostri collaboratori. Nella turbolenza di quegli anni iniziammo a lottare e oggi, insieme, continuiamo a farlo”.

Come la mettiamo con l’attuale pessima congiuntura, resa ancora più problematica dallo tsunami finanziario che sta letteralmente sconvolgendo l’intero sistema economico-finanziario mondiale?
“Non vorrei essere fraintesa correndo il rischio di sembrare presuntuosa o fuori dal mondo, però devo dire che oggi la parola ‘crisi’ non ci spaventa più.
È da diversi anni che stiamo lottando! Da quando un colosso come la Cina è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio, vale a dire nel 2001, tutto è cambiato e continuerà a cambiare.
Si sono verificati tali e tanti scompensi che la crisi attuale è stata in qualche maniera preparata diversi anni fa. Sta a noi trovare nuove strade e nuove prospettive per il nostro lavoro”.

A proposito di Cina, scatta d’obbligo la domanda classica: solo rischio, oppure anche opportunità?
“Sono andata in Cina nel 2004 per capire di più e meglio, in presa diretta. C’erano e ci sono indubbiamente delle opportunità. Ho trovato però un contesto che non mi è piaciuto.
La nostra è una piccola impresa familiare dove, tra mille difetti, il contatto con il cliente, la comunità locale e i nostri collaboratori sono elementi così forti e diretti da superare le logiche del profitto fine a se stesso.
La Cina è un paese che necessita di crescita, ma molto spesso questa tensione è finalizzata all’arricchimento senza scrupoli, prevaricando l’uomo e l’ambiente. Logiche molto lontane dalla nostra cultura. Abbiamo così preferito puntare su innovazione tecnologica e qualità. Due fattori che, ancora oggi, rimangono per tutto il settore del tessile-abbigliamento italiano punti di forza. Certo, a nessuno è consentito dormire sugli allori”.

In che modo la Tintoria Viola ha cambiato la propria impostazione operativa?
“La grande qualità e il servizio post-vendita - risponde Paolo Viola - sono ormai dati per scontati. Bisogna allora investire decisamente sull’innovazione di processo e di prodotto. L’obiettivo è ridurre i costi: sia di produzione che di mano d’opera. Occorre dotarsi di macchinari in grado di consumare meno energia e meno materie prime, a cominciare dall’acqua. Una delle frontiere future della tintoria è l’utilizzo della tecnologia al plasma con tutte le sue ricadute, così come l’impiego delle nano-tecnologie. Sono queste le scommesse tecnologiche del futuro, un futuro nemmeno tanto lontano”.
“L’importante è crederci fino in fondo. Noi ci crediamo - si inserisce Raffaella - tanto è vero che stiamo ancora investendo. Siamo passati poi dalla lavorazione delle fibre più tradizionali per la nostra realtà locale, come il cotone, il poliestere e la viscosa, a quella di seta e cachemire”.

Questa strategia sta pagando?
“Credo di sì. I nostri clienti sono soddisfatti. Siamo riusciti ad abbinare la massima versatilità con la massima qualità.
Siamo in grado di realizzare piccoli lotti di prodotto per nicchie di mercato estremamente sofisticate e diamo tutto il nostro impegno per soddisfare le richieste di rapidità di lavorazione che ormai sono date quasi per scontate”.
“Il problema, in questa fase di trasformazione che ci sta facendo diventare degli artigiani industrializzati - precisa Paolo Viola - è adattare le capacità produttive delle tecnologie alle esigenze legate al soddisfacimento della domanda proveniente dal mercato, anche quando quest’ultima è fatta da tanti piccoli ordinativi di merce. Una conciliazione non facile da realizzare”.

Come ve la cavate con la cosiddetta “concorrenza asimmetrica” proveniente, tanto per cambiare, dalla Cina? Siete favorevoli o contrari ai dazi doganali?
“La cosa che manca veramente - replica Raffaella Viola - è una corretta e completa informazione del consumatore finale. Proprio qualche mese fa è esploso lo scandalo del latte cinese avariato. Ecco, gli stessi controlli che vengono effettuati dall’Unione Europea sui prodotti alimentari, dovrebbero venire applicati anche nei riguardi delle produzioni tessili.
È stato scientificamente testato che le produzioni tessili cinesi possono favorire il diffondersi di allergie alla pelle, fino ad arrivare a forme tumorali.
Se le produzioni estere vengono fatte con sostanze da noi vietate e i prodotti che ne derivano vengono immessi sul mercato europeo subiamo, oltre alla concorrenza asimmetrica dal punto di vista industriale con chiusura delle nostre aziende, anche gli oneri del sistema sanitario che deve essere impegnato per offrire delle cure adeguate per debellare queste malattie.
Molto spesso, troppo spesso, il consumatore non sa esattamente che cosa sta comprando. Forse, se lo sapesse, ci penserebbe due volte prima di acquistare un capo d’abbigliamento che costa poco e che però può provocare dei danni alla sua salute”.

In pratica, che cosa ci vorrebbe?
“Sarebbe utile istituire una specie di carta d’identità sanitaria del prodotto tessile, esattamente come si fa già per i prodotti alimentari. C’è una coscienza ecologica in crescita, sarebbe opportuno che ce ne fosse anche una del consumo!”.

Cosa c’è dietro l’angolo?
“È sempre più difficile tracciare la rotta giusta. Si è costretti a navigare a vista. Non si sa bene dove stia andando il mondo. Gli Stati Uniti sono entrati in una fase di declino? La loro leadership verrà sostituita dalla Cina? L’Unione Europea quanto conterà veramente? Viviamo un periodo storico di grandi cambiamenti.
Quello che sembra assodato oggi, domani rischia di non avere più significato. In questo momento bisogna mantenere i nervi saldi e contare sulle proprie forze e, soprattutto, investire, investire, investire... nelle nostre energie, nel nostro tempo e nelle nostre idee. Bisogna imparare a pensare alla gestione dell’ordinario in un modo completamente nuovo, senza perdere fiducia. La storia è fatta di alti e bassi, ma alla fine il mondo progredisce sempre”.

L’economia reale, però, per andare avanti ha bisogno dell’ossigeno finanziario: il sistema del credito, dopo i recenti sfracelli finanziari e dopo la scomparsa di istituzioni bancarie che sembravano inattaccabili, è scosso da una sfiducia progressiva e il rischio è che il sostegno alle imprese venga meno. Una crisi che si aggiunge ad un’altra crisi?
“Credo che oggi, dopo anni di straordinari utili, le banche debbano riappropriarsi della cosiddetta responsabilità sociale a cui sono preposte: sostenere cioè lo sviluppo economico di un paese”.

Cosa possono fare le piccole imprese?
“Il nostro cliente tipo è un nostro partner. C’è un vero e proprio rapporto fiduciario che permette a chi produce e a chi domanda di crescere. Se il mio guadagno è superiore, alla lunga si rischia di perdere entrambi. Bisogna recuperare la logica della collaborazione reciproca: la soluzione migliore di un problema è vincere... tutti e due, si tratta della logica sottesa dalla teoria del ‘win-win’, o del ‘dilemma del prigioniero’”.

Per le piccole industrie un “capitale” estremamente importante è costituito dalle risorse umane: c’è però il problema legato alla difficoltà di reperire le figure professionali necessarie. Ne soffrite anche voi?
“Eccome. Al di là delle difficoltà di ordine tecnico-professionale, il nodo più difficile da sciogliere è quello di una mancanza di entusiasmo nei confronti del lavoro, soprattutto da parte dei giovani.
Per fronteggiare i momenti difficili che stiamo vivendo c’è bisogno di una vera e propria riscoperta/rivalutazione della cultura del lavoro e della sfida. Ognuno di noi, indipendentemente dalla sua collocazione professionale, deve sposare un’ottica imprenditoriale. Dobbiamo rimetterci in discussione e cambiare tutti a tutti i livelli. Se lo faremo, anche per l’Italia ci sarà un nuovo miracolo economico”.
 
E lo sostiene un’imprenditrice che, per il lavoro che fa, ne ha proprio viste... di tutti i colori.
 
l’Inform@zione n. 40 del 14 novembre 2008


 
Luciano Landoni
pubblicato il: 25/07/2014

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