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PARAH SpA - Gallarate
La spiaggia diventa una passerella di alta moda!
Più di mezzo secolo di storia, esattamente 55 anni. Edda Paracchini e Giovanni Piazzalunga, marito e moglie, iniziano la loro avventura imprenditoriale nel 1950, producendo artigianalmente pochi capi di corsetteria e vendendoli nei mercati rionali.
 
Una storia di coraggio e di inventiva come tante altre nel periodo faticoso e laborioso dell’immediato dopo guerra, preludio al cosiddetto boom economico dei “favolosi” anni ’60.
 
Una storia, però, che racchiudeva in sé il germe di una piccola-grande rivoluzione: quella legata alla trasformazione del costume da bagno da semplice indumento necessario per coprire... alcune parti del corpo che persino in spiaggia non era (e non è) consentito “esibire” in capo d’abbigliamento vero e proprio, con una sua eleganza e un suo stile.

Sia la prima che il secondo espressione della vestibilità made in Italy. Così è nata la Parah SpA di Gallarate, attualmente azienda leader in campo nazionale e internazionale nella creazione di costumi da bagno e biancheria intima di classe superiore.

“Il nome Parah - spiega il Presidente della società, Gregory Piazzalunga (a destra nella foto con il figlio Gabriele) - dal suono esotico, trae origine dalle prime lettere del cognome di mia madre, solo che per un banale errore tipografico al posto della ‘k’, che avrebbe dovuto riprodurre la fonetica delle due ‘c’, venne usata la lettera ‘h’.

Un errore che, visti i risultati, ha portato fortuna. Guai a cambiarlo”. Nel 2006 la Parah è una realtà industriale nella quale lavorano 135 persone, il fatturato del 2005 ha sfiorato i 30 milioni di euro e l’export incide per un 25%. “Quest’anno contiamo di aumentare il nostro giro d’affari di almeno un 5,5% - precisa Gregory Piazzalunga - e le premesse di questi primissimi mesi sono confortanti, certamente raggiungeremo l’obiettivo che ci siamo posti”.

Il sistema Italia, economicamente parlando, è in declino oppure no?
“Siamo sicuramente in una fase di declino - risponde Gregory Piazzalunga - c’è da aggiungere che l’intero contesto mondiale sta cambiando, con una ridefinizione dello scenario economico. Stiamo vivendo, in Italia come altrove, un momento di grande cambiamento.
Paesi che fino a poco tempo fa erano sottovalutati, come la Cina e l’India, si rivelano delle vere e proprie strapotenze e non solo per la sterminata disponibilità di mano d’opera a basso costo, ma anche per la loro capacità di ‘aggredire’ il futuro: in India ogni anno si laureano centinaia di migliaia di ingegneri e la Cina, di recente, ha superato gli Stati Uniti nell’esportazione di tecnologie sofisticate. Inutile nascondersi dietro le parole: la nostra ‘povera’ Europa sta subendo e subirà nel futuro un simile tipo di concorrenza, anche perché l’America non è certo disposta a fare della... beneficenza”.

Come dovremo reagire?
“Non ci sono molte alternative alla necessità di ridimensionare il nostro stile di vita. Oggi come oggi, in Europa in generale e in Italia in particolare, viviamo largamente al di sopra delle nostre reali possibilità”.

Il gruppo aziendale da lei diretto come si sta… attrezzando per affrontare un futuro così difficile?
“Abbiamo razionalizzato e internazionalizzato. Una strategia che si può sintetizzare così: da un lato il marchio Parah che costituisce l’essenza vera e propria del made in Italy, nel senso che ricerca, prototipazione, tessuti, taglio e parte dell’assemblaggio vengono realizzati in Italia; dall’altro la produzione Off limits di corsetteria che è stata delocalizzata nel far east, cioè Cina e Hong Kong, in attesa, fra un anno e mezzo circa, di trasferirvi anche altre produzioni.
Questo per la parte produttiva; per la distribuzione del prodotto in Italia stiamo facendo una selezione dei punti vendita nei confronti dei quali pensiamo ci sia un futuro.
Accanto a questa opera di razionalizzazione spinta, cercheremo di incrementare ulteriormente la proiezione verso i mercati esteri. L’obiettivo è quello di passare da un’incidenza dell’export pari a circa il 25% ad una del 40%. Bisogna darsi da fare per essere protagonisti del futuro e non delle vittime”.

Quali saranno i tempi ipotizzabili di questa vostra rivoluzione?
“Circa 5 anni. Quando, secondo i nostri calcoli, si sarà completato il cambiamento del sistema economico mondiale, potremo, pur rimanendo una piccola impresa, sopravvivere agli sconvolgimenti che inevitabilmente interesseranno l’Europa e ovviamente l’Italia”.

Senza enfatizzare troppo il valore delle statistiche, nel senso che è difficile trovarne anche solo due d’accordo fra loro, sembra però ormai appurato che tra il 1995 e il 2004 si è avuta in Italia un’impressionante flessione della quota di mercato delle esportazioni (a prezzi costanti) crollate dal 4,6% al 2,9%: nello stesso periodo in Francia sono rimaste stabili intorno al 5% e in Germania sono salite dal 10,3% all’11,8%. Il made in Italy ha il fiato corto? La nostra proverbiale creatività non basta più?
“Il made in Italy continua ad essere apprezzato nel suo insieme: da quello che si vede a quello che si tocca.
Forme eleganti, colori e disegni originali, tessuti che fanno sognare e così via. La creatività italiana continua ad essere il nostro asso nella manica, dobbiamo valorizzarla sempre di più per distinguerci da tutti gli altri.
Chi fa confezione deve mettersi in mente che la ricerca costante, di nuovi materiali e forme sempre più accattivanti, ha un valore cruciale. Noi ogni 6 mesi investiamo un milione e mezzo di euro per preparare le nuove collezioni. Vorremmo fare di più, ma la nostra dimensione ridotta ce lo impedisce”.

Aziende troppo piccole e sempre più in difficoltà in un mercato sempre più… grande?
“Bisogna crescere. Bisognerebbe mettere insieme 4 o 5 imprese per costituirne una di dimensioni opportune.
Il problema è che in Italia la cultura della collaborazione e dell’aggregazione non c’è! Il passaggio da una concezione padronale dell’azienda ad una manageriale è difficile. Il rischio è quello di trasformarsi in padroni di... niente”.

I costumi da bagno che voi create sono dei veri e propri capi d’abbigliamento: siete stati capaci di introdurre i concetti di moda ed eleganza nel settore degli “indumenti da spiaggia”, è da qui che ha preso il via il vostro successo?
“Sì. Aver creato la cultura dell’eleganza nel costume da bagno così come nella corsetteria. Quest’ultima, infatti, noi la distinguiamo in due aree fra loro distinte: quella quotidiana e quella per la... seduzione, intesa come elemento per affascinare, stregare, sedurre appunto.
É chiaro che per essere coerenti con questa impostazione operativa abbiamo sempre attribuito e naturalmente attribuiamo un’attenzione maniacale al controllo qualità.
Un controllo qualità che va dallo studio delle forme all’analisi delle problematiche squisitamente tecniche, senza ovviamente trascurare l’aspetto stilistico. Ogni materiale utilizzato ha le sue caratteristiche specifiche, ecco perché l’apporto del nostro personale tecnico è assolutamente fondamentale”.

Tecnica e creatività fanno fatica a convivere?
“Al contrario, devono essere intrecciate fra loro. Quest’anno, sempre nell’ottica di fornire un prodotto completo, lanceremo la linea Parah make up, cioè il trucco abbinato all’abbigliamento intimo e mare. La linea cosmetica è stata interamente testata e certificata dall’Università di Pavia e fonderà idealmente la qualità dei prodotti ipoallergenici con un’immagine moda fatta di nuances eleganti e di tendenza. Il nostro sforzo costante è quello di diffondere una vera e propria cultura della vestibilità, senza dimenticare l’aspetto culturale che ogni indumento racchiude in sé”.

Vale a dire?
“Quest’anno, per esempio, cade il 60° anniversario del bikini, un costume che ha innescato una vera e propria rivoluzione culturale nel... costume, inteso come modo di pensare e di comportarsi. Abbiamo deciso di celebrarlo con la realizzazione di 1.000 baguettes tricolore, come la bandiera italiana, ricamate a mano in edizione limitata.
Testimonial, la bellissima Elena Santarelli”.

Fra poche settimane andremo a votare per le elezioni politiche. Come cittadino-imprenditore che cosa si aspetta?
“Secondo me Berlusconi, una volta eletto, ha usato la testa del politico e non dell’imprenditore. Doveva... governare di più, aveva tutti i numeri per farlo. Comunque, non sono fra quelli che accusano l’attuale governo di inettitudine: parecchie cose sono state fatte, il problema, semmai, è che non sono state ‘vendute’ bene, è mancata una comunicazione adeguata.
Più in generale, penso che il politico debba fare il suo mestiere: guardare con attenzione quello che sta accadendo e stare molto attento, in Europa, ad evitare sgambetti a danno dell’Italia. Cercare poi di far capire alla gente che in questo particolare periodo storico si sta vivendo sopra le righe.
Altra cosa fondamentale: far crescere il senso di responsabilità di ciascuno nell’affrontare le proprie mansioni, senza nascondere il fatto che saranno necessari grossi sacrifici.
Questo è un punto che credo sia fondamentale: finora nessuno, ma proprio nessuno, ci ha veramente raccontato come stanno le cose. Si passa da un’illustrazione della realtà troppo ottimistica ad un’altra catastrofistica. False entrambe. Prendiamo la questione fondamentale delle infrastrutture. Berlusconi avrebbe dovuto sistemare il problema dei trasporti, basta pensare allo scandalo Alitalia o alla condizione delle ferrovie. Fare il ponte sullo stretto di Messina va anche bene, però... le esigenze più impellenti sono altre”.

Mercato globale uguale a concorrenza sfrenata e senza regole?
“Quando il ‘nemico’ è più grosso di te, enormemente più grosso, cosa fai? Le alternative sono solo due: o ti allei con lui, oppure... sei morto. Quindi, occorre cercare delle alleanze intelligenti, senza sbracare. Tanto per parlarci chiaro: andare in Cina e comperare della merce a basso prezzo per poi rivenderla qui da noi con ricarichi esagerati vuol dire soltanto, nel tempo, fare del male a tutto il sistema. Si possono anche fare affari in questo modo, però non si costruisce niente!”.

Cosa direbbe ad un giovane, magari laureato, in cerca di occupazione?
“Di non aspettarsi una strada facile e di mettere in preventivo almeno 5 anni di ‘no profit’, di apprendistato. Gli direi anche di non fermarsi... alla bottega sotto casa e di approfittare di tutte le opportunità che un mondo in perenne cambiamento gli offre, nonostante tutto”.
 
l’Inform@zione n. 11 del 17 marzo 2006
 


 
Luciano Landoni
pubblicato il: 24/07/2014

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