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CALZATURIFICIO STAR SpA - Tradate
L’italian way of life alla conquista del mondo!
Quale è il Paese al mondo più ricco in assoluto di monumenti, di siti storici, di città d’arte? Risposta scontata: l’Italia.

Quale è, attualmente, il Paese al mondo più visitato, turisticamente parlando? Risposta un po’ meno scontata: la Cina.

Come mai l’Italia, nonostante tutte le ricchezze del proprio patrimonio artistico-culturale e di quello eno-gastronomico, non è al primo posto nelle classifiche del turismo internazionale e, anzi, in questi ultimi anni ha perso posizioni?

Risposta apparentemente sibillina: per lo stesso motivo per cui il sistema industriale italiano sta attraversando una fase particolarmente delicata e difficile, una specie di anticamera di un declino tante volte annunciato e, con tutta probabilità, al di là delle solite positive eccezioni, oggi un po’ più vicino di ieri.
 
Così come non siamo stati capaci di valorizzare l’immensa dotazione culturale di cui il nostro Paese è depositario da secoli, allo stesso modo corriamo il rischio di rimanere impantanati nella strenua (e vana) difesa di un apparato produttivo popolato da una miriade di piccole e piccolissime imprese concentrate in settori a bassa tecnologia (tessile, piastrelle, mobili, ecc.) nei confronti dei quali la concorrenza “impossibile” (prezzi stracciati e facilità nel copiarne le prestazioni) ogni giorno che passa diventa sempre più devastante.

Ha scritto di recente l’economista Francesco Giavazzi: ”È noto che una delle ragioni delle nostre difficoltà economiche è l’eccessiva concentrazione nelle attività manifatturiere, dal tessile alla meccanica - dove rimanere competitivi è sempre più difficile - e lo scarso sviluppo dell’industria dei servizi”.

I dati di uno studio realizzato dalla Fondazione Edison confermano drammaticamente la giustezza della diagnosi appena ricordata: dal 1996 al 2004 l’export di mobili e cucine dalla Cina verso l’Europa dei 15, vale a dire quella pre-allargamento, (il comparto produttivo, con i suoi 4,2 miliardi di Euro, rappresenta la seconda voce per importanza della bilancia commerciale italiana) è cresciuto del 915%, contro il 22% delle esportazioni italiane. Da un predominio indiscusso (il rapporto nove anni fa era di 13 a 1, a favore delle produzioni italiane) si è passati ad un fragile pareggio (il rapporto è diventato di 1,5 a 1)!

La stessa analisi rileva come per sedie e divani l’export italiano sia passato da 1,3 miliardi a 1,9 miliardi, mentre quello cinese sia letteralmente esploso da 77 milioni a 1,2 miliardi di Euro. Le statistiche appena citate testimoniano chiaramente l’intensità della “battaglia commerciale” in atto all’interno del mercato mondiale. Non sono le sole. Le importazioni di scarpe dalla Cina sono aumentate nei primi 4 mesi di quest’anno, rispetto all’analogo periodo del 2004, del 700%.

Il settore calzaturiero ha sempre rappresentato una delle punte di diamante del made in Italy, così come per la provincia di Varese ha scritto - e continua a scrivere tuttora - pagine significative della storia industriale locale.
Approfondire le problematiche connesse ai comparti produttivi “simbolo” del gusto, dello stile, del modo di vivere italiani significa capire le ragioni delle difficoltà recenti e (forse) intuire i rimedi futuri.

Ne parliamo con Vito Artioli, classe 1936, imprenditore-artista (la definizione non è assolutamente esagerata!) specializzato nella creazione di modelli per calzature, abbigliamento e accessori in pelle, in qualità di stilista professionista della “Vito Artioli Design” con alle spalle circa 64.000 modelli realizzati nel campo delle calzature, della pelletteria, delle cinture sia per le maison internazionali della moda che per il “Calzaturificio Star SpA” di Tradate del quale è Presidente.
Una cinquantina di dipendenti, circa 5 milioni di fatturato integralmente indirizzati sui mercati internazionali ed una leadership indiscussa nel mercato delle calzature di lusso.

La dilagante e incalzante concorrenza internazionale, impone un drastico e repentino ripensamento del fare impresa in Italia: nella sua qualità di vice-Presidente dell’Associazione Nazionale Calzaturieri Italiani (ANCI) e, dal 27 maggio 2005, anche di vice-Presidente della Confederazione dei Calzaturieri Europei (CEC), come giudica l’attuale momento congiunturale?
“Il settore calzaturiero fa parte del mondo della moda ed è legato ai comparti manifatturieri del tessile-abbigliamento, del mobile-arredo, della gioielleria, dell’occhialeria e così via. Un’area produttiva che ha fatto il successo dell’export italiano nel mondo. Attualmente, la produzione di scarpe italiane soffre della grossa caduta di competitività che, nell’epoca della globalizzazione, dobbiamo scontare nei confronti dei Paesi con costi della mano d’opera, rispetto ai nostri, veramente insignificanti. Come Vice Presidente dell’ANCI e della CEC, lo scorso 15 giugno, ho incontrato a Bruxelles il Commissario europeo per il Commercio, l’inglese Mandelson, e ho fatto partire nei confronti della Cina un’azione anti-dumping, in relazione al mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e delle norme ambientali. La Cina è nel WTO (l’Organizzazione del Commercio Mondiale, ndr) e deve rispettare le regole così come fanno gli altri Paesi membri”.
D’accordo, le regole ci sono e devono essere uguali per tutti. Però, rimane il fatto legato alla perdita
di competitività del made in Italy non solo nei riguardi della concorrenza “impossibile” proveniente dall’Estremo Oriente, ma anche nei confronti di Paesi come la Germania. Il problema è quindi ancora più complesso: come si può risolvere?
“Si salvano, come oramai dovrebbe essere ben noto, prodotti di nicchia, altamente specialistici e che rappresentano l’eccellenza del modo di produrre italiano.
Una esemplificazione vincente per quella parte di consumatori mondiali che adora l’Italian way of life. Questo sta a significare che il manufatto europeo di contenuto qualitativo standard non sarà mai più competitivo dal punto di vista del prezzo con la concorrenza della Cina o dell’India”.

Puntare sulla qualità eccellente, quindi, diventa una specie di obbligo: cambiare mentalità però non è semplice e soprattutto richiede del tempo. Ne abbiamo ancora... a disposizione?
“In Italia, purtroppo, in questi ultimi decenni, c’è stata una grossa caduta nella formazione in genere e nella preparazione professionale in particolare.
Gli attuali docenti scolastici non sono al livello di quelli che erano usciti dalle Università dopo la riforma Gentile.
Per troppo tempo il nostro sistema scolastico non è stato adeguato ai tempi e solo ora si sta provvedendo, da parte del ministro Letizia Moratti, ad una riforma che faccia recuperare il terreno perduto. Una riforma che rischia di assomigliare ad una vera e propria rivoluzione, dopo anni e anni di immobilismo”.

Investire in formazione diventa la ricetta vincente?
“Sono stato delegato dall’ANCI ad occuparmi della questione. Proprio poche settimane fa sono riuscito a firmare un protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione-Università-Ricerca, con il ministero del Welfare, con Confindustria e Cgil-Cisl-Uil che permetterà all’intero settore calzaturiero italiano di accedere ad un aggiornamento continuo sotto il profilo della preparazione professionale sia per i neo-assunti, sia per coloro che sono già occupati.
Verrà sviluppata un’intensa attività di ricerca scientifico-tecnologica per elevare il livello di innovazione del prodotto e, conseguentemente, per renderlo sempre più competitivo.
Si punterà poi ad incrementare il ‘contenuto moda’ del prodotto stesso, facendolo diventare ‘di tendenza’, e verrà curata con particolare attenzione la sua distribuzione nel mondo. Le strutture formative coinvolte vanno dalle scuole medie superiori ai corsi di specializzazione post-diploma, senza ovviamente dimenticare le Università, come il Politecnico di Milano e la Carlo Cattaneo di Castellanza, e i centri di ricerca come il Centro Indagini Materiali Calzaturieri (CIMAC) di Vigevano.
Vogliamo creare un organico Polo formativo e tecnologico calzaturiero lombardo”.

In tempi di vacche grasse, si sa, certi nodi possono anche... non venire al pettine, viceversa quando le vacche diventano scheletriche, allora, gli stessi nodi possono addirittura spezzarlo... il pettine: il capitalismo bonsai - caratterizzato cioè da piccole e piccolissime imprese - si deve rifondare?
“La popolazione italiana rappresenta, grosso modo, l’1% di quella mondiale e tende a diminuire. Se gli addetti al manifatturiero, inteso in senso generale, fossero indirizzati in maniera corretta, seguendo cioè le vocazioni storiche degli addetti italiani alla produzione, con un’adeguata politica industriale, l’Italia potrebbe coprire quel limitato segmento di produzione eccellente che, intelligentemente supportato da un’azione di marketing adeguata, permetterebbe al nostro Paese di raggiungere il pieno impiego e lo farebbe diventare leader assoluto a livello internazionale.
Non dimentichiamoci che in Italia ci sono oltre il 50% delle opere d’arte di tutto il mondo, c’è una natura incomparabile e ci sono soprattutto delle tradizioni di grande buon gusto nel vestire, nel nutrirsi, nel vivere”.
La ricetta vincente è una sola: la riscoperta e il rilancio in grande stile dell’Italian way of life.
 
l’Inform@zione n. 33 del 23 settembre 2005
 


 
Luciano Landoni
pubblicato il: 24/07/2014

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CHIARAVALLI GROUP SPA - Cavaria con Premezzo
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CHIARAVALLI GROUP SpA - Cavaria con Premezzo
CAVARIA CON PREMEZZO – Qualcuno, tanto tempo fa, pretendeva di sollevare il mondo con una leva; i fratelli Chiaravalli, Anna e Mario, oggi, molto più modestamente, contribuiscono a farlo… girare meglio con gli ingranaggi e i sistemi di trasmissione che producono.
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Archimede sosteneva di poter sollevare il mondo con una leva, alla Chiaravalli Trasmissioni SpA di Cavaria con Premezzo (oltre 250 dipendenti, 54 milioni di euro di fatturato annuo, metà del quale destinato ai mercati esteri, stabilimenti in tutta Italia e all’estero) sono più modesti e si limitano... a farlo girare con gli ingranaggi che producono da quasi cinquant’anni.
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SOLBIATE OLONA – Parafrasando il titolo di un classico della storia del cinema, si potrebbe dire: torna a casa, tessile! Dalla delocalizzione forzata (costi esagerati, carenze infrastrutturali, mercati in declino) alla ricollocazione intelligente. È difficile, ma non è impossibile. Soprattutto quanto si è capaci di coniugare la tradizione con il futuro, l’esperienza con l’innovazione. È quello che hanno fatto alla Cibitex Srl di Solbiate Olona.
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Spunta dalla brughiera che circonda Lonate Pozzolo quasi fosse una base missilistica, con una torre d’acciaio alta più di 40 metri che si staglia nel cielo e assomiglia alla rampa di lancio di chissà quali ordigni.
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COLMEC Spa – Busto Arsizio
Ubaldo Colombo, classe 1957, imprenditore di seconda generazione, alla guida del Gruppo Colmec (la Colombo Meccanica, Colmec, è stata fondata da suo padre Giannino nel 1973). Al suo fianco Giovanni Colombo, classe 1987, laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, entrato nell’azienda di famiglia nel 2011.
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COMERIO ERCOLE SpA - Busto Arsizio
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La Condoroil Chemical nasce nel 1973 ad opera di Franco Zavattoni, classe 1931, e cambia “testa” e “pelle” a partire dal 1989, allorché vi entra Marco Zavattoni, il figlio, nato nel 1965.
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Domenica 23 luglio, in prima pagina sul Sole-24 Ore, il principale quotidiano economico-finanziario nazionale, è apparso un editoriale a firma del direttore, Ferruccio De Bortoli, nel quale, fra le altre considerazioni, si sottolineava la necessità di “promuovere imprenditorialità e attitudine al rischio” e si precisava anche che “la piccola impresa non chiede sussidi, ma attenzione e rispetto”.
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“Il made in Italy è un patrimonio che va salvaguardato. Sono pienamente d’accordo. Attenzione, però, a non farlo in maniera integralista. I ‘talebani’ del made in Italy rischiano di perdere di vista la realtà delle cose!”.
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