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SICAD SpA - Uboldo
Il nastro adesivo che avvolge il mondo!
“Toglietemi tutto - diceva Oscar Wilde - tranne il superfluo!”.
 
Per capire fino in fondo la filosofia di lavoro e di vita di Ivano Zucchiatti, presidente della SICAD SpA di Uboldo (una “piccola multinazionale” composta da 7 società industriali, in Italia e all’estero, 830 dipendenti complessivi e un fatturato “italiano” di oltre 250 milioni di Euro annui, l’80% del quale finisce nel mondo), basta capovolgere concettualmente la battuta dello scrittore inglese.

Essenzialità ed efficacia: parlare poco e agire molto, cercando - possibilmente - di fare le cose giuste al momento giusto.

Due qualità sulle quali Ivano Zucchiatti, da quando ha iniziato a fare l’imprenditore, nei favolosi anni ’60, ha sempre puntato, con una coerenza tale che persino il suo fisico sembra essersi modellato di conseguenza: asciutto, con movimenti essenziali ed eleganti e soprattutto mai vistosi.

Solo la voce, baritonale quanto basta, sembra sfuggire ai canoni del low profile, anch’essa tuttavia diventa lo strumento essenziale per esprimere, con disincanto ed un pizzico di autoironia, concetti chiari e forte determinazione nel metterli in pratica. Nato nel 1941, un diploma di ragioniere alle spalle e una brevissima carriera dietro gli sportelli di una banca.

“Ho impiegato pochi mesi a capire che quel lavoro non faceva per me, con la disapprovazione assoluta di mia madre ho dato le dimissioni - spiega Ivano Zucchiatti, senza nessuna particolare enfasi - e ho rifiutato un posto sicuro per scommettere su qualche cosa di incerto, ma che mi entusiasmava.

Eravamo in pieno boom economico e ho pensato che fosse il momento giusto per rischiare. Senza ragionarci sopra troppo. Un po’ di pazzia non guasta mai nella vita”.

L’avventura imprenditoriale di Ivano Zucchiatti - anche se la parola avventura non è che piaccia molto al diretto interessato, attento com’è a non esagerare mai, soprattutto con le parole - comincia con la vendita di macchine per ufficio della Olivetti e prosegue all’interno di una piccolissima azienda tipografica con un cugino: ”Lui lavorava, io vendevo. La mia educazione imprenditoriale, il mio dna hanno un’impronta commerciale con un unico scopo: guardare al mercato e dare al mercato quello che chiede”.

Vent’anni, un entusiasmo giovanile caricato a 1000 e la vendita nel sangue. “Vendevo nastro adesivo. All’inizio si trattava solo di un’attività commerciale.
Poi, abbandonata l’attività legata alla tipografia, mi sono concentrato sulla commercializzazione del nastro adesivo”. Una “concentrazione” tale che nel 1972 nasce la SICAD, acronimo che sta per: Società Italiana Cellophane ADesivo (“All’epoca - precisa Ivano Zucchiatti - componente essenziale del nastro adesivo”).

In tutto la neonata società occupava tre persone: lo stesso Zucchiatti, un operaio (che oggi, nel 2005, è diventato a sua volta imprenditore la cui impresa lavora per la SICAD) e un’impiegata (“Teresa Talarico - dice Zucchiatti - ancora oggi è al mio fianco e ancora oggi, proprio come all’inizio, è una preziosa collaboratrice”). Sono passati poco più di trent’anni e attualmente SICAD è diventata una società che occupa oltre 350 addetti nello stabilimento di Uboldo, poco meno di 100 in quello di Caserta ed altri 400 suddivisi fra le fabbriche del Sud Africa, del Brasile, della Francia e della Croazia.

Se con una leva Archimede affermava (metaforicamente) di sollevare il mondo, Ivano Zucchiatti potrebbe (realmente) sostenere di averlo avvolto più di una volta con le migliaia di chilometri di nastro adesivo prodotto.
Intendiamoci, la nostra è una forzatura, dal momento che lui non lo farebbe mai: ”C’è in giro troppa gente - dice - che parla troppo e troppo poca che si preoccupa di fare, senza parlare”. Questa intervista è una specie di strappo alla regola, inutile dire dove si colloca Ivano Zucchiatti.

Una “piccola” multinazionale con il cuore e il cervello ben radicati in quel di Uboldo, alle porte di Saronno, e le braccia operative sparse in mezzo mondo.
“Personalmente - osserva Ivano Zucchiatti - mi occupo in particolare delle filiali in Brasile, Francia e Croazia, mentre mio figlio Marco, 33 anni, ha portato avanti sin dall’inizio l’investimento in Sud Africa. C’è poi mia figlia Valentina, 29 anni, che si occupa degli acquisti, qui a Uboldo, anche se nel 1998, con l’avvio della filiale brasiliana, è andata là a farsi le ossa a 23 anni”.

In SICAD il cosiddetto problema del passaggio generazionale non sembra essere un problema.
“È giusto che ognuno si faccia le sue esperienze e impari sul campo. Io, la mia laurea me la sono conquistata lavorando. Mio figlio Marco si è laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica, però, subito dopo gli studi, ha lavorato per un po’ di tempo come semplice magazziniere”.
L’anno della “svolta” è il 1977:”Da una fase ancora prevalentemente commerciale - racconta Ivano Zucchiatti, con la consueta pacatezza - si passa a quella industriale vera e propria con l’introduzione di una tecnologia nuova.
Per sciogliere gomma e resina e ottenere l’adesivo il solvente che si utilizza è la benzina. Con non pochi problemi da risolvere dal punto di vista dell’inquinamento. La nuova tecnica che ci siamo inventati punta sul calore per sciogliere e amalgamare il prodotto. Un’innovazione che è costata parecchio e che non è stato semplice far accettare dal mercato”.

Le carte vincenti di SICAD sono sempre state due: innovazione e diversificazione.
“Produciamo più di 100 varietà di nastri adesivi: dal rotolino per l’ufficio, al materiale per le carrozzerie, ai prodotti per i colorifici, a quelli per l’industria cartaria.
Siamo leader in Europa nella realizzazione di nastri adesivi speciali per l’industria automobilistica.
Negli ultimi 6 anni - continua Ivano Zucchiatti - abbiamo investito 7/8 milioni di euro all’anno nella fabbrica di Uboldo per migliorare il processo produttivo e almeno 5 milioni di euro all’anno in quella collocata in Brasile”.

Con i tempi che corrono innovare è necessario, ma è anche sufficiente?
“Sì, è vero: rischia di non esserlo. La condizione del mercato è indubbiamente difficile, però bisogna essere onesti: ci sono colpe anche da parte di noi imprenditori”.

In che senso?
“Voglio dire che per troppo tempo ci siamo adagiati nella convinzione che le cose, tutto sommato, sarebbero rimaste le stesse. Invece, no. Il modello delle piccole e medie imprese mantiene i suoi pregi, però lo scenario di sfondo è completamente cambiato. Adesso c’è l’euro e continua ad esserci il dollaro. Qualcuno dice che il primo è supervalutato e il secondo, manovrato politicamente, è svalutato. La realtà è che ci eravamo abituati alle svalutazioni competitive. Con la vecchia lira, quando le cose andavano male, scattava una ‘bella’ svalutazione e, come d’incanto, si ritrovava la competitività perduta. Adesso questo giochetto non è più possibile. Alla competizione drogata si è sostituita una competizione vera”.

E quindi, cercando di concludere il suo ragionamento, che cosa si deve fare? Azzardiamo una “ricetta” molto di moda: innalzare le barriere doganali?
“Ci sono delle situazioni anomale, tipo la concorrenza cinese, che devono indubbiamente essere normalizzate.
In merito alla questione dei dazi, se dipendesse da me li applicherei, però... al contrario”.

Questa non l’avevamo ancora sentita, che cosa intende di preciso?
“Che bisogna in qualche modo arginare la concorrenza esagerata, o impossibile, proveniente dalla Cina e occorre anche far pagare dazio a chi delocalizza per produrre a prezzi stracciati e poi reimporta nel Paese d’origine per vendere a prezzi gonfiati, molto gonfiati. Ecco che cosa intendo per dazi al contrario”.

Il Presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, un giorno sì e l’altro pure, non manca di sottolineare l’importanza di aprirsi al mercato e di chiedere alla classe politica più attenzione per le esigenze delle imprese, pensa che sarebbe d’accordo?
“Francamente, proprio non mi interessa. Prima di chiedere qualche cosa agli altri, bisognerebbe guardare in casa propria. Quelli che predicano bene e... razzolano male non mi sono mai piaciuti. Perché il Presidente di Confindustria, che è anche presidente di Fiat, non si preoccupa degli errori fatti in passato in casa propria. Se lo facesse veramente, prima di parlare, ci penserebbe 27.000 volte.
Chi sostiene che la Cina rappresenta un’opportunità per le piccole industrie dice, non so se in buona o mala fede, una vera e propria ridicolaggine. Ma quale opportunità?
Lo è per chi delocalizza là e poi reimporta per vendere a prezzi gonfiati. Lo ripeto: è a questi strateghi che applicherei i dazi! Detto questo, aggiungo che sono d’accordo con l’idea di puntare ad una crescita dimensionale delle aziende italiane. Dove ce ne sono 5 ne deve venire fuori una. Altrimenti finisce che ci pugnaliamo a vicenda”.

Presidente, perdoni la franchezza: lei parla di dazi “al contrario”, però le sue fabbriche all’estero che fanno? Non si tratta forse di delocalizzazione produttiva?
“Un momento. Le filiali di SICAD all’estero producono e vendono per quei mercati. Prodotti di largo consumo che vengono commercializzati là e non qua. Le filiali all’estero ci servono per commercializzare i prodotti ad alta tecnologia che realizziamo in Italia. Non sarebbe stato possibile a causa dei margini ristretti”.

Secondo lei conta di più la fortuna oppure la bravura?
“Se ti va bene dicono che sei fortunato, se va male è perché sei un imbecille. La verità vera è che c’è scarsa considerazione per la figura dell’imprenditore. L’unica vera fortuna è quella di nascere in un certo modo piuttosto che in un altro, tutto il resto te lo devi costruire tu. Non siamo tutti uguali proprio per questo.
Gli imprenditori sono considerati ancora quelli che fanno la bella vita, che sfruttano il prossimo. Pensi a quello che dice il signor Bertinotti. Gli riconosco comunque una certa coerenza: ha sempre sostenuto delle tesi fuori dalla storia e continua a farlo”.

Forse perché, bene o male, voi imprenditori occupate la “stanza dei bottoni”, adesso poi che addirittura un vostro “rappresentante” è diventato Capo del governo...
“Il problema è che c’è solo la stanza, senza bottoni. Un conto è riorganizzare il Milan e farlo diventare una squadra di successo e fare felici noi tifosi, un altro discorso è cercare di riorganizzare... l’Italia”.
Due passioni (il proprio lavoro e il Milan) e un rammarico (la scarsa considerazione per la categoria imprenditoriale): la partita per Ivano Zucchiatti si chiude con un pareggio?
“Scherziamo - replica immediatamente - i pareggi lasciamoli agli interisti, anzi agli intertristi”.
Il povero cronista - naturalmente interista, anzi intertriste - chiude il taccuino, incassa, porta a casa e si consola pensando che Fausto Bertinotti, anche lui, è tifoso del Milan.
 
l’Inform@zione n. 22 del 3 giugno 2005





 
Luciano Landoni
pubblicato il: 23/07/2014

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