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ISEF Srl - Carnago
Dimmi come... stampi e ti dirò chi sei!
Fra Solbiate Arno e Carnago si colloca uno dei poli nazionali dello stampaggio a caldo: uno dei settori industriali di più antica tradizione e, proprio per questo, di maggior rischio nell’attuale mercato globalizzato e iper-selettivo.
Solo le eccellenze produttive hanno diritto di cittadinanza in un simile contesto. Arrivare “secondi” significa aver perso la partita. “Sì, è vero. La nostra azienda si è ufficialmente costituita nel 1976, in realtà già mio nonno Vincenzo aveva cominciato la sua attività imprenditoriale nel 1908”.
Gianluigi Ambrosetti, 61 anni, alla guida della ISEF di Carnago (acronimo che sta per Industria Stampaggio e Forgiatura), imprenditore di 3° generazione, è orgoglioso delle proprie radici e nello stesso tempo è perfettamente consapevole della necessità di migliorare costantemente il prodotto e i processi produttivi per mantenere la leadership dei mercati.
“Non ci sono alternative. Il 2008, l’inizio ufficiale della Grande Crisi, per noi è stato un anno ottimo. Nel 2009 e nel 2010 abbiamo dovuto sopportare un calo del fatturato nell’ordine del 50%. Però non abbiamo mollato, anzi abbiamo rilanciato”.

In che senso?
“Nel senso di una propensione continua verso gli investimenti. Soprattutto quelli in tecnologia. Abbiamo addirittura acquistato una nuova linea di taglia superiore, 6.000 tonnellate, per lo stampaggio dell’acciaio. Adesso il nostro ciclo produttivo comprende 4 linee produttive: la prima di 2.000 tonnellate, poi 2.500, 4.000 e appunto 6.000 tonnellate.
L’automazione produttiva è uno dei nostri cavalli di battaglia, insieme all’internazionalizzazione. I nostri stampi vengono progettati e disegnati attraverso un sistema di modellazione solida 3D Cad-Cam direttamente collegato alle macchine utensili a 5 assi. Solo così possiamo garantire quella qualità assoluta, debitamente certificata, che ci permette di essere competitivi sui mercati internazionali”.
ISEF impiega 25 addetti e fattura 15 milioni di Euro l’anno: “Il 65-70% del fatturato - spiega Gianluigi Ambrosetti - è indirizzato verso la Germania, la Francia, la Finlandia, la Norvegia e il Belgio. Il resto è destinato al mercato interno”.
I settori di sbocco sono molteplici: si va dall’ingranaggeria per le trasmissioni al comparto dell’oil-gas; dalle macchine agricole a quelle movimento terra; dai camion ai veicoli commerciali.
L’azienda di Carnago lavora oltre 10.000 tonnellate di acciaio all’anno e nel proprio magazzino conserva più di 800 stampi: “Ne realizziamo - osserva Gianluigi Ambrosetti - circa 50 nuovi modelli ogni anno”.
“Il nostro è un personale estremamente qualificato che ci consente di proporre ai nostri clienti delle soluzioni personalizzate e sofisticate. I nostri dipendenti - precisa Gianluigi Ambrosetti che nella gestione aziendale è affiancato dal figlio Davide, poco più che trentenne - sono cresciuti con l’azienda e rappresentano il capitale più importante. Mi capita spesso di pensare alle difficoltà che incontrerò per garantire il ricambio professionale dell’impresa”.

Adesso potete contare sulla riforma del mercato del lavoro, approvata da poco in Parlamento. Come la giudica?
“Faccio senz’altro mio il giudizio formulato dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: una boiata!”.

Addirittura?
“Non vedo come altrimenti si possa definire una legge che anziché semplificare le cose le ha ulteriormente complicate. Con un’aggiunta negativa di cui proprio non si sentiva il bisogno: l’aumento degli oneri a carico delle imprese. Soprattutto le piccole industrie sono penalizzate”.

È d’accordo con Squinzi anche nella “bocciatura” con cui il presidente confindustriale ha bollato il governo di Mario Monti, definendo “macelleria sociale” le sue politiche di spending review?
“Sì. Non si può puntare solo sui tagli e sull’aumento delle tasse. Bisogna cercare di stimolare l’economia. Sono preoccupato della precarietà della situazione italiana. Non riesco a vedere segnali significativi di cambiamento. Se non si cambia registro il pericolo reale è quello di deprimere la
crescita, anziché incentivarla”.

Cosa dovrebbe cercare di fare il “governo tecnico”?
“Dovrebbe cercare di indurre l’Unione Europea a impegnarsi di più per favorire lo sviluppo economico. Dovrebbe vendere parte dell’immenso patrimonio immobiliare dello Stato e impiegare le risorse raccolte per ammodernare le infrastrutture e crearne di nuove”.

Il futuro è un bicchiere mezzo vuoto oppure mezzo pieno?
“Non vedo prospettive diverse da quella di un’autentica integrazione europea sia dal punto di vista economico-finanziario che da quello politico. Questa è l’unica strada che possiamo e dobbiamo percorrere”.
 
l’Inform@zioneonline - 9 luglio 2012



 
Luciano Landoni
pubblicato il: 18/07/2014

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