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PIETRO CARNAGHI SpA - Villa Cortese
L’officina d’Europa dove si costruisce il futuro
Alla categoria delle cattedrali (ci sono quelle religiose e quelle… nel deserto) ne va aggiunta una: la cattedrale industriale.
Per rendersi conto di che cosa si tratti, è necessario fare una puntata a Villa Cortese, un piccolo comune in provincia di Milano, fra Legnano e Busto Arsizio.
Ѐ lì che c’è il quartier generale della PIETRO CARNAGHI SPA, è lì che si elevano i giganteschi capannoni della società all’interno dei quali vengono costruite e assemblate macchine che possono raggiungere dimensioni di 21 metri di altezza e oltre 18 di diametro.
 
La PIETRO CARNAGHI ha il cuore antico, è stata fondata nel 1923, e lo spirito moderno, anzi, modernissimo.
“Venga con me, la porto a visitare la fabbrica del… 2020: completamente cablata e climatizzata, al suo interno la temperatura è mantenuta costante 24 ore su 24 per evitare la benché minima deformazione dei metalli. E’ in questo ambiente di lavoro che da circa 8 anni stiamo studiando il tornio con motore magnetico, senza ingranaggi. Siamo stati e siamo gli unici al mondo capaci di passare dalla fase di studio all’industrializzazione vera e propria”.
 
Le parole di Flavio Radice, amministratore delegato dell’azienda, non fanno altro che descrivere l’essenza stessa della genialità e della capacità realizzativa “made in Italy”.
Ascoltarle e, soprattutto, “vederle” materializzate davanti agli occhi infonde fiducia e orgoglio di appartenere ad un sistema Paese che molto spesso fa di tutto per farsi del male ma, qualche volta, è capace di essere il numero uno al mondo, nonostante tutto e tutti.
 
“Dico sempre - prosegue Radice, poco meno di settanta anni, dall’inizio degli anni ’70 alla guida dell’azienda fondata dal nonno della moglie Marisa che è la presidente della società - che esportiamo l’intelligenza italiana nel mondo”.
La PIETRO CARNAGHI SPA non si limita a produrre macchine utensili, è in grado di realizzare veri e propri centri di produzione chiavi in mano: “Partiamo dal prato verde e forniamo al cliente lo stabilimento produttivo. L’unica parte di cui non ci occupiamo - spiega Flavio Radice - è l’edificazione dei muri che, peraltro, vengono eretti secondo le nostre direttive. Il nostro core business è suddiviso al 40% nella realizzazione di impianti chiavi in mano e al 60% nella fabbricazione di macchinari complessi per il settore energetico e per la realizzazione delle turbine dei motori aerei”.
 
La società è “nata” a Busto Arsizio, da cui un decennio fa si è trasferita a Villa Cortese per problemi di … crescita: la vecchia sede era troppo piccola e non era possibile ingrandirla adeguatamente.
 
Il fatturato oscilla fra i 90 e i 95 milioni di euro annui, il 95% dei quali è destinato verso i mercati esteri (Germania, Cina, Russia, Stati Uniti), le persone occupate sono 230.
 
Ѐ difficile, oggi, in Italia, fare impresa?
“I clienti da noi pretendono la… perfezione. Noi siamo in grado di fornirgliela perché ci troviamo nel distretto industriale migliore del mondo! Quella fascia di territorio che va da Turbigo a Varese: circa una sessantina di chilometri di lunghezza, per venti di larghezza.
Ѐ questa la patria mondiale della tecnologia della meccanica innovativa! Le competenze professionali, manageriali e imprenditoriali che si trovano qui si trovano solo… qui e in nessun’altra parte del mondo! C’è un altissimo senso di responsabilità del lavoro. Tipico del lavoratore bustocco. Lo sa quali sono le tre cose che contano veramente per i bustocchi?”.
 
Ce le dica lei.
“La prima è lavorare, la seconda lavorare e la terza è ancora lavorare!”, dice Flavio Radice scandendo le parole in perfetto dialetto bustocco (che non riportiamo solo perché temiamo di scriverle scorrettamente).
 
Insomma, la chiave del successo è la… bustocchità?
“Non solo, non solo. A volte mi lascio trasportare per… troppo amore della mia città d’origine. In azienda lavorano tanti ingegneri che provengono dalla Francia, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dalla Cina. Il nostro direttore di stabilimento è di Bolzano. Nessuno ha il monopolio delle buone idee. Io sono sempre disposto a cambiare le mie, ci mancherebbe altro… L’importante è la qualità abbinata alla genialità”.
 
La Pietro Carnaghi Spa dove trova le “menti d’opera” di cui ha bisogno per progettare le macchine del futuro?
“Collaboriamo intensamente con il Politecnico di Milano, dipartimento di beni strumentali, con l’università di Trento per le applicazioni aeronautiche e con quella tedesca di Hagen. Siamo sempre alla ricerca di neo laureati per il settore controllo qualità e gestione commesse. Investiamo molto nelle risorse umane, anche perché siamo impegnati in un ricambio generazionale. L’età media dei nostri dipendenti è di 38/40 anni. Dobbiamo abbassarla. La nostra è un’azienda familiare condotta managerialmente”.
 
Non le è mai capitato di pensare di trasferire la sua attività imprenditoriale in un contesto meno “problematico” di quello italiano (troppa burocrazia, troppe tasse)?
“Io non me ne andrò mai dall’Italia! L’ho già detto: da nessun’altra parte al mondo si può trovare la stessa combinazione di professionalità e genialità che c’è da noi. Siamo noi l’ officina dell’Europa. Prendiamo la Cina, là manca il cosiddetto ‘middle management’, i quadri, e non si trova la continuità nella qualità che c’è in Italia. Passiamo alla Germania, loro hanno indubbiamente un ‘sistema’ più organizzato e più forte del nostro. Da noi, però, l’operatore economico non si ferma davanti al problema, non aspetta che sia il ‘sistema’ a risolverlo, si ingegna e molto spesso escogita delle soluzioni rivoluzionarie. Lo sa che in Germania, nel 2013, i comuni tedeschi hanno ‘restituito’ al governo federale qualcosa come 40 miliardi di euro? Non è su questo piano che possiamo pensare di confrontarci. Dobbiamo valorizzare al massimo le nostre caratteristiche peculiari”.
 
“Non sono del tutto d’accordo con mio padre. In Italia - interviene Giuliano Radice, meno di quarant’anni, direttore commerciale della società, la 4° generazione imprenditoriale - sta diventando un’utopia fare impresa. Il sistema creditizio, quello burocratico, per non parlare del sistema politico, rendono sempre più difficile la vita delle aziende. C’è ancora troppa cultura anti-industriale. C’è bisogno di cambiare e bisogna farlo alla svelta. Altrimenti, come possiamo pensare di confrontarci con il mondo?”.
 
Cosa c’è bisogno per (ri)partire e riprendere a crescere?
“Le rispondo come ex-ufficiale dei Carabinieri: in Italia - conclude Flavio Radice - c’è bisogno di più Stato di diritto. Le leggi ci sono, bisogna applicarle. Senza emanarne altre. Solo così sarà possibile costruire il futuro!”.
 


 
Luciano Landoni
pubblicato il: 10/06/2014

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