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FADIS Spa – Solbiate Arno
L’importante è trovare il… filo giusto!
SOLBIATE ARNO – La Fabbrica Dipanatrici Solbiate (FADIS Spa) ha compiuto da poco i 56 anni di vita produttiva e appartiene a pieno titolo al club delle eccellenze industriali italiane.
In FADIS si progettano e fabbricano roccatrici di precisione la cui funzione, all’interno della filiera del tessile-abbigliamento, è quella di “ripassare” i filati di cotone o di lycra.
 
“In pratica – spiega Debora Carabelli, 49 anni, managing director della società che gestisce al fianco del fratello Giuseppe, 51 anni, deputato alle aree innovazione/ produzione e ai mercati di Cina, Corea e Taiwan e delle sorelle Raffaella, 52 anni, direttore commercio estero, ed Elena, 46 anni, assistente di Raffaella -, il filo viene fatto ‘passare’ da una rocca all’altra, così da assumere quelle caratteristiche di morbidezza indispensabili per consentire la tintura del filo stesso. Dopo la tintura, le rocche devono essere ulteriormente ripassate e subire altre lavorazioni. Un processo estremamente complesso che richiede – aggiunge Debora – una tecnologia molto sofisticata”.
 
E’ per questo che in FADIS – 70 dipendenti, ricavi pari a 20 milionidi euro l’anno – gli investimenti incidono per circa l’8% sul fatturato complessivo: una vera e propria “innovazione incrementale” che di volta in volta aggiunge qualcosa “in più” alle prestazioni delle macchine tessili realizzate dall’azienda di Solbiate Arno rendendole uniche al mondo.
“Noi esportiamo oltre il 90% di ciò che produciamo e in questi ultimi quattro anni abbiamo incrementato il nostro fatturato del 65% circa”, precisa Debora Carabelli.
 
Alla faccia della Grande Crisi…
“La componente meccanica ed elettronica dei nostri macchinari è estremamente complessa. Il mercato che occupiamo è un mercato di nicchia. Abbiamo sempre puntato sull’eccellenza tecnologica e sulla capacità di rispondere rapidamente e efficacemente alle esigenze della clientela. Il trattamento dei filati elasticizzati, tanto per fare un esempio, è qualcosa che richiede un’attenzione e una cura del tutto particolari. Siamo in grado di offrire delle piattaforme produttive ‘aperte’ estremamente flessibili e, di conseguenza, personalizzabili a seconda delle specifiche esigenze dello specifico cliente”.
Insomma, un “made in Italy” (“Al 120%!”, precisa con fermezza Debora Carabelli che ci mostra la certificazione ufficiale rilasciata alla FADIS dall’Istituto per la tutela dei produttori italiani) che all’innovazione aggiunge una… italianità creativa.
L’avventura imprenditoriale della famiglia Carabelli ha avuto inizio nel lontano 1920, allorché Giuseppe Carabelli - il nonno di Debora, Raffaella, Elena e Giuseppe – fondò il Calzificio Fratelli Carabelli, a cui seguì nel 1947 la Mabu Jersey e l’inserimento nell’attività industriale dei figli Danilo, Franca e Andreina così da poter contare sulla verticalizzazione dell’intero ciclo produttivo culminante, nel 1960, con la fondazione della FADIS specializzata nella costruzione di macchine tessili.
Tanto tempo è passato e tante cose sono cambiate, ma lo spirito imprenditoriale è rimasto intatto.
“Nostro padre Danilo che ha 85 anni ci ha trasmesso il suo amore per il lavoro, esattamente come a lui venne trasmesso da nostro nonno Giuseppe e così tutti noi – sottolinea Debora Carabelli – avvertiamo il dovere e l’orgoglio di continuare a fare bene cose belle. Credo che sia questa, in poche parole, l’essenza stessa del made in Italy!”.
 
C’è o non c’è la ripres(in)a? La Grande Crisi sta finendo oppure no? Il mercato domestico si sta risvegliando e come si evolve quello internazionale?
“Tante domande. Troppe. Provo a rispondere in ordine sparso. Dopo la Cina, il nostro principale mercato di sbocco è proprio l’Italia. Abbiamo acquisito ordini sino all’ottobre di quest’anno e ci riteniamo molto soddisfatti. La crisi l’abbiamo avvertita in termini pesanti nel 2009. Noi esportiamo in 32 Paesi nel mondo, ricordo che all’epoca non arrivavano più mail, sembrava che tutto e tutti si fossero fermati. Non abbiamo mai perso la fiducia e abbiamo avuto la tenacia di non mollare. L’inizio della ripartenza, per quanto ci riguarda, coincise con un ordine importante proveniente dall’India. Superato il momento critico, non abbiamo più smesso di crescere. Il 2016 si presenta come un altro anno estremamente buono, fatti ovviamente tutti gli scongiuri del caso…”.
 
Il jobs act sembra aver rivitalizzato il mercato del lavoro, che ne pensa?
“Sia la decontribuzione che il discorso delle cosiddette ‘tutele crescenti’ sono state e sono utili. Noi abbiamo assunto 5-6 persone con la nuova normativa. Premesso che i collaboratori bravi nessuno si è mai sognato e si sogna di mandarli via, c’è da precisare che era indispensabile rivedere il funzionamento complessivo del mercato del lavoro. Quando si ‘sbaglia’ ad assumere, il che può avvenire nonostante l’assoluta buona fede delle parti, è necessario che si possa interrompere il rapporto di lavoro senza particolari drammi. Assumere qualcuno non può equivalere a… sposarlo, senza nemmeno la possibilità di … divorziare. Ecco perché giudico il jobs act in termini positivi. Detto questo, aggiungo che la nostra principale difficoltà dal punto di vista occupazionale è trovare dei responsabili commerciali all’altezza del compito”.
 
In che senso?
“Nel senso che è estremamente difficile per un buon venditore di macchine tessili, soprattutto delle ‘nostre’ macchine tessili, capire esattamente di che cosa abbia bisogno il cliente. E’ indispensabile una gavetta della durata di almeno un anno, un anno e mezzo. Mia sorella Raffaella è in viaggio per il mondo 300 giorni all’anno e sa che cosa significhi difendere e diffondere il made in Italy, non a caso è presidente dell’Associazione Italiana Costruttori Macchine Tessili (ACIMIT)”.
 
In due parole, come sarà il futuro?
“Sono ottimista per natura. Il bicchiere è sempre mezzo pieno! Ci vogliono tanto impegno, tanto lavoro, tanta umiltà. Ce l’ha dimostrato nostro nonno e ce lo ripete sempre nostro padre: solo così si possono ottenere buoni risultati. Mio fratello Giuseppe assomiglia molto al nonno: è un… creatore. Dà le idee nuove all’Ufficio Tecnico, dove lavorano sei persone, ed è così che si sviluppano le nostre macchine innovative”.
 
 

 
Luciano Landoni
pubblicato il: 15/03/2016

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