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ORA IN MANO ALLA FONDAZIONE COMUNITARIA DEL VARESOTTO
Teatro Sociale, “la piccola Scala di Busto Arsizio”. Nessun timore per il suo futuro
foto Marino Bianchi
Con un’operazione mantenuta nel più ampio riserbo, come si deve fare in simili casi, la Fondazione del Varesotto Onlus, ha acquisito le quote della società proprietaria del Teatro Sociale. La missione della Fondazione del Varesotto è quella di “perseguire” esclusivamente fini di solidarietà sociale nel territorio promuovendo il miglioramento della vita di comunità di riferimento e lo sviluppo civile, culturale, ambientale, economico e la coesione sociale”, conseguentemente il pericolo di un utilizzo del teatro diverso da quello per cui era stato costruito nel 1891 è inesistente.
 
Ora la nostra amministrazione comunale deve stringere un patto di ferro con la Fondazione per dare un indirizzo all’utilizzo del teatro che non deve rimanere per pochi, in quanto il Teatro sociale è un bene della città. “Sociale” era il nome che veniva dato all’epoca ai teatri che, venivano costruiti per permettere alla popolazione di avere uno svago dopo il lavoro. Quando era stato costruito “il Sociale” non vi erano divertimenti, ci si dilettava a giocare a carte o si andava ad assistere ad una partita di calcio in oratorio, ma di eventi culturali come rappresentazioni teatrali o liriche, non se ne parlava in quanto gli unici luoghi dove si potevano vedere queste rappresentazioni erano le grandi città e, quindi, a Milano, e per tutti alla Scala.
 
Chi scrive non ha avuto la fortuna di vedere il Teatro sociale nel suo splendore iniziale con i palchetti, le poltroncine in stile, gli stucchi, i dipinti e quant’altro. Il Teatro Sociale lo abbiamo vissuto in quanto i nostri genitori ce lo hanno descritto in ogni suo particolare in quanto nostro nonno cantava nel coro e, ovviamente, tutta la famiglia andava al Teatro Sociale per sentirlo cantare e ci hanno rappresentato l’edificio in ogni suo particolare forse con qualche cenno di fantasia, ma non crediamo più di tanto, questo teatro.
 
Purtroppo è poi arrivato il cinema, per cui si è trasformato il Teatro Sociale in un luogo adatto alle nuove esigenze, sono stati eliminati i palchetti e tanti altri particolari che avevano fatto di questo teatro un gioiello non solo per l’Altomilanese, ma per l’intera Lombardia perché, i bustocchi sono dei grandi lavoratori, tendono a non buttare il denaro dalla finestra ma quando vogliono fare delle cose le fanno alla grande e dato che il Teatro Sociale era stato fortemente voluto dalla classe imprenditoriale bustocca che, stanca di doversi recarsi col calesse a Milano e dedicare 3-4 ore, anche in inverno, per andare alla Scala, avevano deciso di “farsi un teatro in casa”.
 
Non solo, gli imprenditori pensavano anche ai propri dipendenti i quali, dopo 12-14 ore di duro lavoro (allora non vi era l’art. 18... e i diritti dei lavoratori erano pochi), dovevano avere la possibilità di passare qualche ora di svago. Il Teatro Sociale era denominato dai bustocchi, che amavano un po’ di grandezza, “la piccola Scala di Busto Arsizio”, ma questo non era una falsità ma era la verità, in quanto al Teatro Sociale mancava solo Milano come contorno per essere considerato come il Teatro della Scala.
 
Per la sua costruzione gli industriali di Busto Arsizio (tra i più noti  ricordiamo Candiani, Crespi, Milani, Pozzi, Provasoli e Tosi) fondarono il 21/08/1890 la “società anonima del Teatro Sociale”, e il capofila di questa operazione fu il Cav. Giovanni Candiani. I lavori iniziarono sotto la direzione dell’Arch. Ing. Achille Sfondrini (che aveva progettato importanti teatri come il Carcano di Milano, il Flavio di Rieti e il Teatro dell’Opera di Roma) e il progetto richiamava quello dell’Arch.  Piermarini che aveva progettato il teatro scaligero. Purtroppo l’uomo fa le cose belle ma, poi, interviene con le ristrutturazioni.
Il Sociale ha subito due ristrutturazioni importanti, la prima nel 1935 che aumentò la capacità della platea ed abbellì il teatro con affreschi con figure allegoriche che diedero un’affascinante atmosfera all’edificio.
Purtroppo gli affreschi sono stati eliminati con il secondo intervento del 1955, che trasformò il teatro in funzione  delle necessità del nascente cinema. Nel 1999 vi fu l’ultimo restauro che ha portato il teatro nella attuale situazione.
 
Poiché il Sociale, ora che è di proprietà quasi integrale di una Fondazione che ha uno scopo sociale, non si deve aver timore per il suo futuro; il Teatro Sociale era è e sarà sempre un bene della collettività, a disposizione dei cittadini che devono poterlo utilizzare con costi minimi. Quando vi è di mezzo la cultura e non il lucro, l’Amministrazione Comunale deve essere paladina come ha già fatto in passato, ampliando la possibilità di utilizzo del Teatro Sociale da parte di associazioni, enti benefici, cittadini che si mettono assieme per raccogliere fondi per scopi sociali.
 
Ricordiamo un evento che per anno ha permesso a delle associazioni (nel caso di specie i Lions) di raccogliere molto denaro con rappresentazioni teatrali portate avanti dai cosiddetti “dilettanti allo sbaraglio”. Erano persone di tutte le età e ceti sociali, imprenditori, liberi professionisti, operai, impiegati, casalinghe che, sotto maestrale direzione della impareggiabile Loyonnet Fontana Lillina, avevano organizzato rappresentazioni che, ci sia consentito, sono passate alla storia del teatro amatoriale. Il denaro è stato destinato ad enti che assistono i portatori di gravi handicap.
 
Ma tutto questo è stato possibile grazie al lavoro di queste persone che ci hanno messo la faccia, ma anche grazie al fatto che il Sociale non aveva un costo, perché il noleggio di un teatro come il Sociale ha un costo di qualche migliaia di euro, il che porterebbe a non avere più alcun utile per chi organizza manifestazioni per raccogliere denaro da destinare a scopi benefici.
 
Un grazie quindi deve essere dato da parte di tutta la città a chi ha permesso che si realizzasse questa operazione ed ora l’amministrazione comunale deve farsi assegnare, come già accadeva in passato, un certo numero di serate da utilizzare direttamente o da concedere a costo zero ad associazioni senza scopo di lucro.

 
Walter Picco Bellazzi
pubblicato il: 19/08/2014

Da Legnano a Varese, passando ovviamente per Busto Arsizio, la geografia e la storia del calcio di casa nostra ci riportano che le tre squadre più blasonate delle città richiamate hanno complessivamente totalizzato quasi un centinaio di presenze.
Torrida estate. E non solo per via del clima. Economicamente (oltre che finanziariamente) parlando le cose rimangono complicate e, per certi versi, scarsamente comprensibili, per non dire incomprensibili del tutto. La ripresa continua ad essere un oggetto misterioso. E gli incrementi del Pil...
Sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, prevedere un’assonanza così perfetta, drammaticamente perfetta, con la realtà dei fatti. Ogni giorno arrivano conferme di quanto sia vero che la “diversità” è da un lato una grande “ricchezza” e dall’altro un “problema” altrettanto grande. Il tema di quest’anno del premio letterario “Mille e... Una STORIA” è racchiuso in questa formula...
Super Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, nel corso del simposio internazionale di banchieri a Jackson Hole negli Stati Uniti, a distanza di pochi giorni dalla sua ultima esternazione nella quale aveva parlato di diminuzione delle sovranità nazionali a favore delle direttive europee in tema di riforme strutturali, è tornato sul problema e ha (ri)parlato chiaro.
Le regole sono fatte per non essere rispettate. In Italia, certo, ma anche nel resto del mondo. Conta sempre di più l’apparenza e sempre di meno la sostanza. Sei premiato se raggiungi gli obiettivi che ti sono stati assegnati, viceversa devi pagare lo scotto del fallimento. E rischi pure di essere licenziato. Una “regola aurea” che vale (o dovrebbe valere) nell’universo mondo e che riguarda (o dovrebbe riguardare) tutti, ma proprio tutti.
Il portavoce di Fratelli d'Italia, Francesco Attolini, replica al capogruppo del Pd in consiglio comunale, Walter Picco Bellazzi. “E verò Signor Bellazzi, ho un difetto: essere vicino alla gente comune e ascoltarla, quindi, più che “seminatori di paura” (come ci definisce lei) io mi definirei “seminatore di prevenzione” sanitaria e di sicurezza”.
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All’orrore non c’è fine. La disumanità degli assassini jihadisti è sprofondata in abissi di abiezione che nemmeno nei peggiori film dell’orrore o nelle trame più rivoltanti dei racconti splatter si poteva immaginare esistessero. L’uomo può trasformarsi in una bestia crudele e mortifera come nemmeno le cosiddette “bestie feroci”, quelle che mangiano gli esseri umani, sanno e possono essere? La decapitazione del giornalista americano James Foley fornisce una risposta affermativa.
Troppa carne al fuoco. Allora… accendiamolo questo fuoco e non se ne parli più. Renzi smentisce Poletti, il suo Ministro del Lavoro. Gasparri “mette a posto ogni situazione”. Bergoglio “occorre fermare chi non è nel giusto, senza fare la guerra”. Padoan ha assunto dei “consulenti” per far quadrare i conti. Mare Nostrum: C’è puzza di bruciato. Merkel – Europa. Basta col 3% che adesso fa schifo. Vita, Lega e Fratelli d’Italia. Non litigate per i 25 profughi “trasmessi” a Busto.
Apprendo con piacere le parole di Giampiero Reguzzoni riguardo le rassicurazioni sullo scongiurato rischio Ebola, mi auguro che siano state escluse anche altre malattie infettive tipo TBC e malaria, rischio già ventilato da Giorgia Meloni in data 8 Agosto a livello Nazionale. Confidando nella professionalità del nostro Distretto ASL rimangono 3 questioni aperte riguardo i profughi a Busto: sicurezza, quotidianità e futuro.
Trovo alquanto facile riduttivo e soprattutto fazioso bollare Don Piero Gelmini come ha fatto il quotidiano La Repubblica, “E’ morto Don Gelmini, amico di Berlusconi”.
In queste giornate agostane dedicate al riposo sono maggiori le occasioni per meditazioni che spaziano a tutto campo, dai temi suggeriti da eventi della nostra vita privata a quelli proposti da fatti della società planetaria verso la quale la globalizzazione ci spinge da tempo.
In prossimità del 9 settembre 2013, qualche proposta seria per un governo serio...
Da una vecchia cronaca di Italialand del 2001...
Vogliono “far fuori” Bossi dalla Lega Nord. Il metodo non è dei più corretti...
Se un esercito alieno decidesse di invadere la Terra, noi italiani potremmo dormire sonni tranquilli...
Il giallo della “cartellina gialla” di don Giulio Gatteri fa discutere assai
Il parallelismo storico, ancorché azzardato come tutti i parallelismi storici, è impressionante.
Non appena s’è innescata la “miccia”, qualcuno ha pensato bene di toglierla invece di accenderla.
Evitiamo di essere vittime di una… farsa tragica! Non sei d’accordo, caro Silvio?
Ricordate la favola di Fedro avente per protagonisti il lupo e l’agnello?
L’indifferenza, la disaffezione alla politica, il disgusto, per tanti versi, sono il più significativo (e amaro) responso uscito dalle urne elettorali delle recentissime votazioni. Elezioni amministrative e parziali sin che si vuole, ma non si può non sottolineare nuovamente come e quanto gli italiani in genere siano ormai sempre più stanchi e persino nauseati da questi “ludi cartacei”che lasciano il tempo che trovano, appunto tra il disinteresse generale.
È tipico degli irresponsabili, piuttosto che degli schizofrenici, nonché degli autolesionisti/masochisti, volersi scientememte fare del male. Provarci quasi gusto!
In tempi di Grande Crisi, sostenere che le risorse sono poche e che quindi è necessario ottimizzare al massimo il loro utilizzo, destinandole laddove veramente servono è, oltre che ovvio, ormai noioso.
Nella vecchia Unione Sovietica c’era l’economia pianificata e i prezzi erano controllati, nel senso che l’inflazione era stata soppressa.
La Corte dei Conti nella sua relazione relativa al rendiconto dello Stato l’ha sottolineato con chiarezza disarmante: i sacrifici per mettere in ordine i conti della “casa Italia” li hanno fatti i cittadini.
Ogni suo pensiero fu, nella sostanza, un atto d’accusa alla società che si andava strutturando, come quella “Milano da bere” di cui tanto andammo fieri appena trent’anni fa.
I Paesi dell’Unione Europea che vorranno (o saranno costretti) a chiedere “aiuto” alla stessa Unione per sopravvivere ai durissimi colpi inferti ai bilanci dalla Crisi dovranno sottoscrivere un “memorandum d’intenti”.
Molto spesso, nel corso dei processi storici, il nuovo nasce dalle ceneri del vecchio...
Uno Stato invadente, inefficiente e per di più sempre più vorace e conseguentemente sempre più esoso.
In un simile desolante panorama di macerie politiche che fine ha fatto la “questione settentrionale”?
Sosteneva Max Weber, uno dei padri nobili della politologia moderna, che il possibile non verrebbe mai raggiunto se chi governa non tentasse e ritentasse di raggiungere l’impossibile.
“Chiederò al governo di abbassare le tasse sul lavoro a parità di gettito": dai microfoni di Radio Anch'io, il ministro del lavoro Elsa Fornero promette che interverrà per ridurre la tassazione sul lavoro, da lei giudicata "troppo alta”.
Rammarico e malinconia. Il primo per l’ennesima occasione persa e la seconda per un declino che sembra irreversibile e pare condannare il nostro (non)sistema Paese all’immutabilità.
Un po’ a sorpresa le agenzie di rating internazionali cambiano drasticamente il loro giudizio sul Belpaese e dicono che l’Italia vedrà finalmente la luce della ripresa a partire dal 2013.
Il sociologo Pierre Bordieu sosteneva (è scomparso nel 2002) che ciascuno di noi possiede tre capitali: economico, sociale e culturale. L’allargamento dei mercati ha mediamente fatto incrementare il primo, mentre gli altri due hanno ricevuto e stanno ricevendo duri colpi dalla Grande Crisi.
La Grande Crisi ha provocato e sta provocando una sacco di problemi, soprattutto dal punto di vista occupazionale. Il numero dei senza lavoro in tutto il mondo è in continua crescita. Oltre che di recessione economica, si parla sempre più spesso (e a ragione) di recessione umana.
La notizia è di qualche giorno fa: il comune di Alessandria (Piemonte) è sull’orlo del fallimento, anzi è fallito! L’ultimo bilancio ha fatto registrare un deficit di oltre 150 milioni di euro. Le casse sono vuote, sfondate, prosciugate. Qual è il rimedio? Ce n’è solo uno semplice, scontato e inevitabile: mettere le mani nelle tasche dei cittadini e alleggerirne i portafogli attraverso un consistente aumento delle tasse.
Una lumaca artritica. Anzi, peggio ancora: una lumaca artritica alla moviola. Ѐ così che si muove l’apparato pubblico italiano. Una lentezza esasperante, quasi un immobilismo assoluto in grado di vanificare ogni sforzo, ogni impegno rivolto a migliorare le cose, a rendere più snelle procedure e provvedimenti...
BUSTO ARSIZIO - Ci sono strutture pubbliche che operano nel completo silenzio. Offrono un grande servizio e soddisfano le esigenze di centinaia di persone. Come spesso accade, non ci si accorge della loro esistenza. Si ritiene che tutto ciò faccia parte del quotidiano. Una di queste è sicuramente la nostra Biblioteca.
 



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