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REMAKE CULTURALE
La rivoluzione delle donne contro Torquemada
Il mese di novembre è stato ricco di iniziative culturali, di sensibilizzazione e di manifestazione contro la violenza alle donne, sia a livello locale che nazionale e mi perdonerete se nel giro di un mese, all'interno della mia rubrica, ho deciso di dedicare ben due articoli a questo stesso tema perché ne vedo di gran lunga la necessità.
La verità è che, purtroppo, poichè viviamo in una epoca dove le donne vengono ancora viste come delle 'streghe' quando si ribellano alla mentalità e al sentire comune, lo spettacolo dell'attrice, Claudia Donadoni, STRIA, che si è tenuto al Teatro Sociale, venerdì 25 novembre, proprio data ricorrente della giornata mondiale contro la violenza alle donne, mi permette di fare una sorta di remake culturale sul modo di vedere questa metà del mondo, ai nostri tempi. C'è da domandarsi però se gli uomini abbiano ancora intenzione di comportarsi di fronte alla rivoluzione delle donne con la stessa ottusità con cui si comportò l'Inquisizione di fronte a immagini femminili che per l'epoca potevano sembrare loro discutibili.
 
Il fermento culturale per la promozione di una nuova cultura della donna a fianco di una aperta denuncia della non-cultura della donna è portato avanti da diversi intellettuali, giornalisti e dalle associazioni che si occupano di contrastare più da vicino questo tipo di piaga sociale, così come da milioni di donne che nel nostro paese e nel mondo, nella loro vita quotidiana, si trovano a dover combattere questa battaglia per loro stesse e per i loro figli. Il teatro di Claudia Donadoni che già aveva in passato manifestato sensibilità al tema e in tempi non sospetti, con il suo spettacolo 'Barbablù' ci mostrano come l'arte possa essere sincero veicolo di messaggi che portino nel proprio corpo l'intenzione di cambiare una cultura delle donne sempre messe al rogo di qualche assurdo preconcetto o ingiustizia.
In un bellissimo libro dedicato al genere femminile 'Le donne erediteranno la terra', l'autore così scrive: "Attraverso la caccia alle streghe, i roghi, l'Inquisizione, per secoli, il potere maschile ha soggiogato, incatenato, bruciato donne di cui aveva timore, perché non poteva controllare la loro personalità, la loro sintonia con la natura, la loro condizione superiore o comunque eccentrica rispetto all'ordine costituito''.
 
Ora, qui non è questione di superiorità. La storia di Rusina è la storia di una donna a cui viene violentata una cara amica e che successivamente a questo evento traumatico, pur cercando aiuto, viene lasciata sola e considerata pazza, né più né meno come tutte le donne che combattono contro uomini violenti e manipolatori che vengono lasciate sole, piantate in asso e messe sul rogo dell'ignoranza febbrile di uomini e donne nelle istituzioni così come di una legislazione carente.
Rusina ha portato alla mia mente la Donna Selvaggia, della psicologa junghiana Clarissa Pinkola Estès, e cioè quel 'personaggio' di cui ogni donna è intrisa che mette in contatto anima, natura, viscere profonde e ribellione, interiorità.
Prima di aiutarle veramente, le donne, c'è da studiarle. Ma la gente, a esclusione di quei veri e pochi professionisti che ci mettono oltre che le mani -intese come il lavoro- anche il cuore, tutti gli altri invece le giudicano soltanto. E quello che è amaro e triste è che spesso a giudicarle sono proprio altre donne. Donne evidentemente ottuse nel pensiero, molto più maschiliste perfino degli uomini e quindi vincolate a una immagine della donna che DEVE più che di una donna che E'.
Nel suo libro, la psicologa parla di Donna Selvaggia, intendendo per donna selvaggia, una donna che riscopre il proprio contatto con l'anima, con l'interiorità, con l'istinto e con la sua natura più autentica, cosa che invece al contrario sia la società in cui viviamo che i ruoli sociali, che la mentalità efficientista da cui siamo fagocitati fanno di tutto per schiacciarci. In poche parole, molte donne credono che la buona donna, la buona madre debba essere l'efficientista, cioè colei che non perde mai un colpo. Sempre perfetta, sempre obbediente, sempre aplombica e sorridente, sempre dentro a qualche schema deciso da qualcun altro che sia esso un compagno avvilente e nichilista, un datore di lavoro infastidito da una libera espressione femminile, una collega invidiosa e rigida.
 
Perché le cose bisogna dirle fuori dai denti, sempre. Le miss, le perfettine, le pifferarie magiche, le viziatelle servite e riverite da nonni, babysitter, cani, gatti e topi, sono proprio coloro che vorrebbero essere ma non sono e quindi criticano coloro che sono. Amebe viventi in un mondo morto, mentre in realtà le donne e l'essere donna in generale chiama e chiede in questo periodo storico una rivoluzione senza paragoni dei sessi, delle due nature maschile e femminile, non foss'altro perché, per riequilibrare le energie maschili e femminili bisogna che noi donne la smettiamo di essere suddite, suddite di una società che ci segrega quando gli fa comodo come Regine del Focolare, e poi si permette pure di dire che siamo artefici del nostro male perché decidiamo di occuparci dei figli.
 
Non è più possibile accettare oltre questo modo di vedere le cose che risale all'Uomo di Neanderthal. Noi donne abbiamo DIRITTO di essere chi siamo. Siamo donne a casa, siamo donne al lavoro e siamo donne nelle istituzioni. Non è che quando vi fa comodo dobbiamo essere donne, perché a casa DOBBIAMO fare quello che compete a una donna e quando siamo al lavoro DOBBIAMO essere uomini perché le vostre orecchie su legislazioni più convenienti e a favore di un modo diverso di vedere le cose sono tappate! Ma quando inizierete a usare il cervello quantico? Quando comincerete a capire che le donne sono fatte diversamente da voi uomini e che messe nelle giuste condizioni possono fare molto meglio e molto più felicemente ciò che fanno perché invece che ostacolarle in continuazione, riconoscete che nella loro diversità c'è una ricchezza? Ma perché pretendete di avere delle colf o delle madri al posto delle mogli e poi al lavoro volete delle schiave? Voi avete dei seri problemi di relazione con il genere femminile, oserei dire ancestrali. Sono i conflitti ancestrali tra uomini e donne. Quell'istinto di superiorità maschile che vi fa sentire in diritto di metterci più nelle condizioni di chi DEVE che nelle condizioni di chi HA DIRITTO. Voi non riconoscete il valore delle donne. Voi pretendete solo dalle donne che facciano tutto, sempre al meglio mentre voi non fate neppure la metà delle cose che una donna fa nella sua vita quotidiana e poi la giudicate pure! Brutti bifolchi con il cervello delle caverne dobbiamo prendere i forconi come Rusina? Cari miei, fossi in voi comincerei a preoccuparmi perché il 26 novembre a Roma c'è stata una manifestazione che somigliava un pò a questo spirito, sintomo che noi donne ci siamo scocciate e che è finita quella santa pazienza che abbiamo sempre avuto. Il vostro obiettivo è quello di ridurci come Rusina, cioè di farci impazzire. Ma non l'otterrete. In cambio da noi avrete solo forconi e rivoluzione e aprite bene le orecchie, anche gli uomini più intelligenti sono con noi in questa battaglia.
 
Michela Diani
 
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Michela Diani
Donne di sostanza
Per segnalazioni: michela.diani@gmail.com

 
Michela Diani
pubblicato il: 30/11/2016

Quando scegliamo obiettivi sfidanti e nutriamo di speranza i nostri sogni più grandi è vitale mantenere vivo il fuoco in noi, quell’energia che ci permette di affrontare gli ostacoli e superare i momenti bui che inevitabilmente dovremo affrontare. Il sogno di un futuro radioso, per diventare realtà, ha bisogno di realismo, di convinzione e soprattutto di un motivo.
Argomento che si affronta quotidianamente: anche chi si avvicina al coaching per problematiche differenti, che hanno a che fare con il lavoro, con le performance o con il rapporto con se stessi, inevitabilmente almeno di sfuggita si trova ad affrontare le questioni del cuore.
A Oceano il Natale non è che interessi più di tanto, in particolar modo il senso attuale che lo vela, la morale che lo agguanta, la serie di cliché a tratti esagerati e gonfiati da esigenze di marketing e pubblicità. A Oceano del Natale piacciono le cose più infantili, più stupide e irrilevanti. Le lucine sulle vie del Centro, l’esposizione di presepi nella Chiesa di Sant’Antonio Abate in piazza Santa Maria, l’odore di quella pioggia mista a neve che minaccia sempre la città...
Ad Oceano ultimamente piacciono gli elenchi, le tabelle e le classifiche. Il piacere della rappresentazione statistica di eventi del reale, in verità, lo ha sempre affascinato, ma l’amore disinteressato e gentile per lettere ha atrofizzato ogni tipo di affetto per i numeri. L’oggetto di questa settimana è proprio una classifica. Una classifica di quelli che sono i posti preferiti di Oceano.
Nel corridoio geografico delimitato dall’asta naturale del Ticino e da quella di asfalto del Sempione il calcio professionistico è rappresentato dai tigrotti della Pro Patria, mentre quello dilettantistico vede i migliori interpreti nelle “zebre” gialloblu (termine che fa pendant con il precedente) dell’U.S. Inveruno, gradevole borgo della provincia milanese e sito ad una quindicina di chilometri da Busto Arsizio.
L’Anarchia è un’organizzazione societaria agognata dall’anarchismo, basata sull’idea libertaria di un ordine fondato sull’autonomia e la libertà degli individui, contrapposto ad ogni forma di potere costituito, compreso quello statale. Questa la definizione che Wikipedia dà di “anarchia”. Ma se volete comprendere a fondo questo concetto, quello di anarchia s’intende, provate a parcheggiare un mezzo di trasporto in uno dei parcheggi sterrati della città di Busto Arsizio...
Musica folk su Spotify, malinconia e un bicchiere di succo di frutta. Davvero nulla di punk in questo pomeriggio. È domenica e stasera è in programma un aperitivo. Oceano è lontano da casa, come da un anno a questa parte. Lontano da Busto. Lontano dalle due B su sfondo biancorosso. Lontano da tutto ciò che lo ha cresciuto...
Un senzatetto sorride senza motivo. Sette di mattina. Sette e cinque forse. Poco conta. Una voce metallica annuncia l'arrivo di un treno grigio, verde e arancio. Rotaie che brillano poco prima di essere inghiottite dalla locomotiva. Odore di inverno, ma anche un po' di estate, di primavera e di autunno. Odore di stazione. La strada che corre parallela ai binari è satura di traffico. Il regionale per Milano, in arrivo da Varese, ferma al binario cinque. Nessuno scende. Tutti salgono.
Le città hanno il loro animo nel centro, tra le mura storiche e i tombini di ghisa con impresso il logo della città. Le città sono sempre più belle in centro, più attraenti, più curate e volutamente ben gestite. Le città sono sempre più bugiarde in centro. Amano raccontare di sé storie che invadono i confini della leggenda. Amano essere diverse da quel che in realtà sono. Per questo l’oggetto di questa settimana saranno le periferie. Perché è qui che la sincerità genuina e spontanea di una città esplode.
Nel trapezio irregolare delimitato da via Zappellini, via Borroni, via Marliani e via Montebello, prende vita ogni giorno la biblioteca di Busto Arsizio. Scaffali pieni di libri antichi, indicatori alfabetici e ancora scaffali. Lunghe tavolate disseminate di appunti, computer e matite non temperate. Finestroni enormi all’americana che fanno entrare luce in abbondanza. No. Niente di tutto questo. La biblioteca di Busto è qualcosa di più intimo; una virgola in una proposizione di Boccaccio, una sfumatura di rosa quando il sole tramonta dietro le montagne.
È domenica. Corre l’anno 1891. Leone XIII ha firmato da pochi mesi l’enciclica Rerum Novarum e James Naismith sta per inventare la pallacanestro. A Settembre mancano tre giorni per salutare l’anno definitivamente. Ottobre si prepara a fare il suo ingresso in scena. Un freddo atipico e pungente domina dall’alto. Busto Arsizio sonnecchia. Qualche carrozza attraversa Piazza Nuova (che ingenuamente ancora non sa che in futuro il suo nome cambierà in Piazza del Plebiscito). Si sente solo il rumore degli zoccoli dei cavalli, in qualche modo ovattati...
A Busto Arsizio in vicolo Matteotti c’è un lampione che si spegne e si accende al passaggio della gente. Anche a Roma ce n’è uno, in via del Pigneto, a metà strada tra due x fissate col gesso e la fantasia sull’asfalto. Le reti, le linee sottili sono come al solito sempre lì, dietro l’angolo, a collegare la vita di Oceano a circostanze lontane, nebbiose e assurde. Questo pezzo sarà volutamente surrealista, sospeso tra una luce che non funziona bene e un magico circostanziale diffuso nell’atmosfera.
Le biciclette della stazione di Busto ti guardano di sottecchi, a volte malinconiche e nostalgiche, ma mai con rancore. Le biciclette della stazione di Busto sono mediamente vecchie. La vernice è scrostata e la ruggine avanza imperterrita sul telaio. Le bicilette della stazione di Busto sono legate ad appositi sostegni, a pali e staccionate, con lucchetti improvvisati, ma sempre iper-resistenti. Le bicilette di Busto si sentono trascurate dai proprietari e non odiano i ladri, unici a ridare loro lustro e importanza, anche se sono brutte, con le ruote forate o senza sellino.
L’oggetto di questa puntata ha forme dolci, ma decise. Profuma di legno e terriccio. Porta l’autunno dentro di sé e ha un sapore che cambia di volta in volta, di frutto in frutto. L’oggetto di questa puntata si vende a chili nelle vie del centro, quando la nuvoletta della condensa inizia, timida, ad uscire dalle bocche. “Un sacchetto di castagne, grazie”. Questo è il leitmotiv delle domeniche pigre di ottobre.
Ci sono giorni in cui non è facile scrivere. Giorni in cui diventa una specie di dovere che influisce sulla qualità dei caratteri che lenti e timidi compaiono, scompaiono e poi ricompaiono sulla schermata di Word. In queste giornate si prova di tutto: della musica, dei caffè, dei dolci, delle uscite improvvise per comprare sigarette e cibarie di varia natura. Eppure nulla. La parola rimane strozzata nel marasma dei pensieri, nel vortice di buchi neri che si presenta vestito a festa, come converrebbe effettivamente ogni domenica.
Quando Oceano era basso abbastanza per strappare l’entrata ridotta in qualche parco giochi, quando la passione per la letteratura era acerba e latente, quando scrivere era qualcosa che aveva davvero senso solo durante le verifiche di italiano e quando la barba era solo una parola brutta e legata al mondo degli adulti, Oceano fondamentalmente giocava a pallone. Solo a pallone.
La data che si assume comunemente per l’origine di Roma è quella del 754 a.C., che risulta da un calcolo inventato da Varrone secondo il quale si risale dal 509 - anno della caduta in Roma della monarchia - per il totale degli anni di regno dei sette re, calcolato sulla base di una media di 35 per ciascuno, cioè quanti Varrone riteneva che fossero quelli di una generazione umana.
Già gli antichi non erano d’accordo sull’origine degli Etruschi. Secondo Erodoto essi sarebbero derivati dai Lidii dell’Asia Minore, che nel secolo XIII a.C. al comando di Tyrsenos (da cui il nome di Tirreni) sarebbero venuti in Italia a fondarvi città. Secondo invece Dionigi da Alicarnasso gli Etruschi sarebbero stati autoctoni, mentre per Tito Livio - che li connette con i Reti alpini - essi sarebbero scesi da nord.
Il popolo germanico dei Franchi entrò come federato del tardo impero romano e riuscì - nello svolgersi della sua storia - a fondare un reame duraturo in un’area che copre parte delle odierne Francia e Germania. Esso alla metà del secolo V era stabilito - diviso in tribù - nella Gallia nord-orientale.
È quasi un luogo comune rilevare - da Cesare Balbo in poi - che il primo importante frazionamento della penisola italiana fu provocato dalla conquista longobarda, limitatasi a una larga parte della valle padana e alle terre della dorsale appenninica, mentre le regioni costiere e le isole restavano in mano ai bizantini. In effetti, se consideriamo i costumi, i modi di vita quotidiana o i rapporti giuridici ed economici, non troviamo grandi cambiamenti fra gli ultimi tempi dell’impero romano e gli anni del regno ostrogoto.
I Goti sono stati un complesso di tribù germaniche che erano già stanziati nel I secolo d.C. lungo la riva del Baltico - nell’area dell’attuale Polonia - provenendo dalla Svezia e migrarono verso sud-est alla metà del II secolo. Di recente convertiti al cristianesimo di confessione ariana, essi si stanziarono in territorio romano - sul Danubio inferiore - nel 375, in quella regione conosciuta come Dacia e nel 378 furono indotti dalla corruzione e dagli arbitrii dei funzionari dell’impero romano d’Oriente a riprendere le armi, distruggendo nella battaglia di Adrianopoli l’esercito imperiale ed uccidendo lo stesso imperatore d’Oriente Valente prima ancora che l’imperatore dell’impero d’Occidente Graziano giungesse in suo soccorso.
A fianco di Silla nella guerra civile aveva combattuto Gneo Pompeo, che ottenne il soprannome di "Magno" per i successi militari perseguiti in Sicilia (81-80) e nella repressione con Crasso della rivolta degli schiavi guidata da Spartaco (73-71), cui pare abbiano partecipato 120 mila schiavi e la cui truce conclusione (6 mila schiavi crocifissi sulla via Appia) non mancò di avere strascichi morali, riproponendo drammaticamente alle coscienze il problema di esseri a un tempo schiavi ma anche uomini. Pompeo ebbe poi poteri illimitati nella guerra contro i pirati che infestavano il Mediterraneo.
La seconda guerra punica fu voluta dalla famiglia dei Barca di Cartagine, esponenti dei ceti imprenditoriali e commerciali, invano avversati dall’aristocrazia terriera cartaginese, impersonata alla fine del III secolo a.C. dalla famiglia degli Annone, orientata questa verso l’espansione dello Stato cartaginese all’interno dell’Africa.
La leggenda accreditata da scrittori greci del V secolo a.C. parla dell’approdo di Enea, profugo da Troia, nel Lazio, della sua fondazione di Lavinium (nome tratto da quello di sua moglie) e dell’origine troiana dei Penati, custoditi in un santuario di Lavinium, città sacra per tutta la nazione latina. Secondo Virgilio - il massimo poeta epico romano - dopo la morte di Enea la popolazione autoctona si fuse con i Troiani e diede origine al popolo latino (XII secolo a.C.).
Continuando la rassegna precedente ricordiamo: - i Sanniti (o Sabelli), insediati in un’ampia regione tra la Campania e l’Apulia, divisi nelle tre tribù dei Caraceni, dei Pentri e degli Irpini, costituenti la lega sannitica. Un punto di riferimento comune delle tre tribù era un grande santuario, del quale si sono ritrovati i resti a Pietrabbondante nel Molise, sulle pendici del monte Saraceno.
Abbiamo scorso - nelle puntate precedenti - i profili di massima di alcuni popoli come i Liguri, i Celti, i Veneti, gli Etruschi, i Latini, popoli che hanno occupato a lungo parti dell’Italia prima della conquista romana della penisola. Ma molte altre genti prima di Roma hanno fatto la storia (e spesso anche la preistoria) del nostro Paese e possono a buon titolo considerarsi nostri antenati. Senza pretesa di completezza li ricordiamo.
La comune minaccia dei Celti (o Galli), come dei Carni, sicuramente di ceppo gallico, ma anche di altre tribù celtiche che vennero ad insediarsi nei secoli III - II nel territorio dell’attuale Venezia Giulia, costituì il motivo sul quale si saldò l’alleanza tra Romani e Veneti o Paleoveneti, e a ciò si deve se il "Venetorum angulus" - com’è chiamata l’area abitata dagli antichi Veneti nelle fonti latine - non si lasciò coinvolgere in guerre connesse con l’avanzante Stato romano, salvaguardando così - a differenza della sorte toccata ad altri popoli - la propria struttura sociale e politica.
Ho già detto in passato delle imprese guerresche dei Celti (o Galli) - compreso l’assedio di Roma nel 390 a. C. - per la soddisfazione di Umberto Bossi e dei leghisti tutti, ma non mi sono soffermato sui caratteri di questo popolo. Riempio ora la lacuna.
Sostengono alcuni nostri storici (Luigi Giavini, Augusto Spada) che sul sedime di S. Maria di Piazza a Busto, laddove su una strada preistorica est-ovest verso il Ticino si guadava il torrente Tenore, c’era un luogo sacro dei Liguri.
L’etimologia del nome - come spiega il maggiore storico longobardo Paolo Varnefrido, detto “Paolo Diacono” - deriva dalle voci germaniche antiche “lang” (lungo -a) e “bart” (barba). Le lunghe barbe differenziavano i Longobardi da popoli (ad esempio i Franchi) che si rasavano.
Continuo a riportare storie, episodi e testimonianze che provano - secondo me - il notevole interesse suscitato - almeno a far data dalla metà del secolo scorso - dal tema riguardante una possibile autonomia amministrativa del territorio dell’Alto Milanese, ribadendo quanto scritto nell’introduzione alla prima parte già pubblicata. A questo proposito faccio presente che i numeri accanto alle singole storie, episodi e testimonianze sono la naturale prosecuzione di storie, episodi e testimonianze già pubblicati.
Continuo a riportare storie, episodi e testimonianze che provano - secondo me - il notevole interesse suscitato - almeno a far data dalla metà del secolo scorso - dal tema riguardante una possibile autonomia amministrativa del territorio dell’Alto Milanese, ribadendo quanto scritto nell’introduzione alla prima parte già pubblicata. A questo proposito faccio presente che i numeri accanto alle singole storie, episodi e testimonianze sono la naturale prosecuzione di storie, episodi e testimonianze già pubblicati.
Continuo a riportare storie, episodi e testimonianze che provano – secondo me – il notevole interesse suscitato – almeno a far data dalla metà del secolo scorso – dal tema riguardante una possibile autonomia amministrativa del territorio dell’Alto Milanese, ribadendo quanto scritto nell’introduzione della prima parte già pubblicata. A questo proposito faccio presente che i numeri accanto alle singole storie, episodi e testimonianze sono la naturale prosecuzione di storie, episodi e testimonianze già pubblicati.
Nel seguito riporterò storie, episodi e testimonianze che provano - secondo me - il notevole interesse suscitato, almeno a far data dalla metà del secolo scorso, dal tema riguardante una possibile autonomia amministrativa del territorio dell’Alto Milanese. Non tutti gli elementi che ho reperito (credo tra l’altro che molti altri potrebbero emergere da indagini più approfondite delle mie) hanno lo stesso valore e attendibilità, ma tutti a mio parere convergono in una visione comune di un ‘compound’ territoriale omogeneo per storia, tradizioni e aspettative.
Il censimento del 1981 dà a Busto 79690 abitanti. È proseguita anche la produzione legislativa, che nel 1978 ha dato - tra l’altro - la legge 457 per il “Piano decennale dell’edilizia residenziale”. A Busto continua l’urbanizzazione di via Rossini con 172 alloggi, in via Varzi vengono realizzati 36 alloggi, in via Cattaro 24 e a Sacconago viene costruito il cosiddetto “serpentone”, mentre 85 alloggi vengono distribuiti nel cosiddetto “cortiletto” a interessare le fronti delle vie Bellotti, principessa Mafalda e Monte Pertica.
Ha inizio dagli anni ’50 del secolo scorso a Busto un calo dei tassi generali dell’attività produttiva, anche se compensata da un incremento graduale del settore terziario e anche se l’incremento della popolazione residente continuerà - sia pure affievolendosi - fino agli anni ’80.
Nell’applicazione della legge 1858 del 1919 per l’edilizia economica e popolare ci si avvia decisamente - in Italia e a Busto - verso le tipologie della cultura inglese delle città-giardino, anche se da noi si rimane temporaneamente lontani dai vertici qualitativi dell’esperienza della Gran Bretagna (per esempio i fabbricati a cortile verranno abbandonati a Busto solo negli anni ’50).
“Molte periferie urbane in Italia sono state interessate, nel corso del Novecento, da interventi di edilizia economica e popolare o edilizia residenziale pubblica (E.R.P.), tanto - in parecchi casi - da formare interi nuovi quartieri”. Con questo sabato parte la rubrica “Asterischi locali d’arte, storia e simili” curata dall’architetto Giuseppe Magini che ripercorre e analizza la storia urbanistica (e non solo) del nostro territorio, l’Alto Milanese. Le pubblicazioni procederanno periodicamente all’interno della pagina “Conoscere & Sapere” del nostro giornale.
Continuo a riportare storie, episodi e testimonianze che provano - secondo me - il notevole interesse suscitato - almeno a far data dalla metà del secolo scorso - dal tema riguardante una possibile autonomia amministrativa del territorio dell’Alto Milanese, ribadendo quanto scritto nell’introduzione alla prima parte già pubblicata. A questo proposito faccio presente che i numeri accanto alle singole storie, episodi e testimonianze sono la naturale prosecuzione di storie, episodi e testimonianze già pubblicati.
Nelle ore convulse del 25 Aprile 1945, tra la baraonda, la confusione ed il guazzabuglio che caratterizzano quella giornata memorabile, s’impone la necessità di risolvere un vitale problema: quello della liberazione della locale radio trasmittente dell’E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) che era situata nelle vicinanze dell’autostrada Milano-Varese, all’altezza dell’attuale svincolo, e diffondeva la voce dell’Italia fascista da via Mentana al civico 7, nel magazzino dello stabilimento De Dionigi.
L’industria cotoniera ha rappresentato per lunghissimo tempo, come è ben noto, l’autentica anima di Busto Arsizio, scrivendo grazie ai suoi pionieri pagine assai importanti e indelebili nell’ambito della intera storia della città e del territorio. Fra questi, spicca certamente il nome della famiglia Venzaghi.
Ai bambini che oggi frequentano i corsi di pattinaggio, il nome di Gian Carlo Castiglioni forse risulterà sconosciuto. Generalmente è più facile ricordare le gesta di un atleta piuttosto di quelle di un dirigente. Ma è giusto rammentare che, dietro ai successi degli atleti, c’è la passione, l’impegno economico, il tempo “rubato alla famiglia”, l’organizzazione, il sacrificio e le preoccupazioni di tanti dirigenti.
La tentazione di usare il difficile terreno delle brughiere per usi non legati al loro recupero agricolo è piuttosto antica. Già durante l’occupazione austro-ungarica della Lombardia la brughiera tra Lonate Pozzolo e il Ticino veniva utilizzata quale campo di esercitazioni militari.
Alle spalle dei giornalisti, nella tribuna-stampa del vecchio stadio di Busto Arsizio, c’è una targa che ricorda l’intitolazione dello stadio stesso al nome più leggendario che nell’ambito sportivo abbia avuto la città: Carlo Speroni.
"Abbiamo raccolto alcune ‘glorie’ della storia sportiva di Busto nell’intento - oltre che, naturalmente, di ricordarle e celebrarle - di avviare una riflessione sul presente sportivo della città”. Così inizia la breve introduzione al secondo “Filo Rosso” che “Manifattura Cittadina” - la lista civica che partecipa alle prossime elezioni Amministrative bustesi nella coalizione guidata da Carlo Stelluti - distribuisce in città.
BUSTO ARSIZIO - Le Stazioni ferroviarie sono inevitabilmente parte integrante, da sempre, della vita quotidiana di una città, per un insieme di ovvi motivi. Intere generazioni vi hanno sostato e vi sono transitate, per anni e anni, allegramente o meno, per diletto o per necessità di studio o di lavoro, trascorrendo in realtà all’interno della struttura o sui treni tanti momenti della propria esistenza.
BUSTO ARSIZIO - Una figura straordinaria, per passione, dedizione, competenza ed eleganza di comportamento. Una di quelle “Pietre vive” saggiamente individuate dall'Amministrazione comunale nell’ambito sportivo, a perenne memoria per quanto costruito con sincero attaccamento per lo sport cittadino, del tutto disinteressatamente.
La brughiera può essere utilizzata per scopi diversi dalla sua fruizione come ambiente naturale, fruizione perseguita preminentemente - credo - dal “Parco Lombardo della Valle del Ticino” che di fatto la contiene. Storicamente, però, la brughiera ha avuto - tra Ottocento e Novevento - una lettura e un progetto di reimpiego sostanzialmente agricolo.
Il Palazzetto dello Sport di Busto è intitolato a Maria Piantanida, figura leggendaria dello sport della nostra città; una figura che si stagliò netta e imperiosa, da sola e insieme alle sue brillanti compagne di squadra, negli “anni ‘20”, quando la formazione femminile della “Ginnastica Pro Patria Bustese Sportiva” furoreggiava a livello nazionale, diventando famosa (e rimanendo tale nella “storia” dell’atletica leggera italiana anche a distanza di anni) più della Pro Patria Calcio.
Dalla sua comparsa alla fine del secolo scorso dominò per decenni le strade principali della città. Dalla via XX Settembre alla piazza Manzoni, che attraversava per proseguire verso Gallarate.
Ecco alcune immagini di un determinato periodo della nostra storia. Siamo negli “anni ‘20”, precisamente nel 1924, due anni dopo la presa del potere da parte del Fascismo.
 



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